La voce che non volete ascoltare: dentro il tabù della sordità. Intervista a Sara Giada Gerini
Pubblicato da Valeria Genova in Interviste · Mercoledì 29 Apr 2026 · 5 minuti
Tags: sordità, tabù, intervista, Sara, Giada, Gerini, voce, ascoltare, consapevolezza, disabilità, comunicazione, esperienza, sensibilizzazione
Tags: sordità, tabù, intervista, Sara, Giada, Gerini, voce, ascoltare, consapevolezza, disabilità, comunicazione, esperienza, sensibilizzazione
La sordità, più che una condizione, è spesso uno specchio: riflette i limiti culturali di chi guarda, non di chi la vive. In un mondo ossessionato dal suono — dalla parola rapida, dalla risposta immediata, dalla presenza rumorosa — il silenzio viene ancora interpretato come assenza, mancanza, difetto. È qui che nasce il tabù: nell’equazione invisibile che associa ciò che non comprendiamo a ciò che vale meno.
Eppure, la sordità incrina questa logica. Ci costringe a riconsiderare cosa significhi davvero “comunicare”, “essere presenti”, “esistere insieme”. Non è solo una questione di udito, ma di relazione, di accesso, di riconoscimento. In questa intervista, Sara Giada Gerini — fondatrice dell'associazione #facciamocisentire — non racconta semplicemente un’esperienza personale, ma smonta una narrazione collettiva ancora troppo comoda: quella che preferisce la compassione al rispetto, il simbolo alla realtà, il silenzio all’ascolto autentico.
1) Molte persone associano automaticamente la sordità alla vecchiaia. Quanto è radicato questo stereotipo e cosa cancella, soprattutto rispetto a infanzia e adolescenza?
È un errore che rende invisibili tantissimi bambini e giovani. Se la società pensa che la sordità sia solo "roba da vecchi", non investe in scuole o sport accessibili. Per un adolescente questo significa sentirsi sempre fuori posto e lottare per un'identità che il mondo non gli riconosce ancora.
2) Nel racconto mainstream, anche dopo film come "Non abbiamo bisogno di parole" su Netflix, la sordità viene spesso “addolcita” o resa simbolica. Cosa resta fuori da queste narrazioni?
Resta fuori la verità. Il cinema cerca l'emozione facile e il pietismo perché la commozione vende bene. Non mostrano mai il lavoro enorme che c'è dietro una persona sorda che parla: anni di logopedia e fatica vera. Chi parla non fa uno "show del pietismo", ma esercita la propria autodeterminazione. La nostra parola è una conquista che merita rispetto, non applausi di compassione.
3) Essere una donna sorda significa vivere un doppio tabù? Quanto pesa l’intersezione tra genere e disabilità nella vita quotidiana?
Sì. C'è la tendenza a trattarci come bambine, come se la sordità togliesse forza alla nostra volontà. Spesso dobbiamo dimostrare il quadruplo degli altri per essere considerate brave nel lavoro. È una lotta continua contro chi ci vuole vedere "fragili" invece di riconoscerci come professioniste.
4) Si parla poco di bambini e ragazzi sordi. Qual è la forma di solitudine o esclusione che vedi più spesso crescere con loro?
È una solitudine legata all'identità. In adolescenza cerchi un gruppo per sentirti parte di qualcosa, ma senza educazione nelle famiglie e nelle scuole, la comunicazione diventa un muro. Spesso si confonde la diversità con la disabilità, mentre siamo tutti unici. Senza empatia, i ragazzi sordi finiscono per essere presenti fisicamente ma trasparenti per i loro amici.
5) C’è ancora l’idea che “basti un apparecchio” per risolvere tutto. Quanto è pericolosa questa semplificazione?
È sbagliatissimo. Pensare che l'apparecchio risolva la sordità sposta la colpa su di noi: "Se hai la tecnologia e non capisci, è perché non ti impegni". La tecnologia aiuta, ma non elimina le barriere culturali. L'accessibilità si fa con l'educazione di chi ci sta intorno, non solo con un dispositivo.

6) Con #FacciamociSentire lavori per dare voce (in tutti i sensi) a una comunità spesso invisibile. Qual è il pregiudizio più difficile da scardinare?
L'equazione "sordo = scemo". Se rispondo o spiego che il termine "sordomuto" è offensivo, passo per scortese. È un paradosso: se stai zitta sei la "poverina", se pretendi rispetto diventi una "finta sorda". Molti preferiscono fare carità piuttosto che rispettare un diritto.
Con #FacciamociSentire voglio proprio sensibilizzare su questo: la consapevolezza non è un attacco, ma un'opportunità per tutti.
7) Molte persone provano disagio o imbarazzo davanti alla sordità e quindi evitano il contatto. Cosa diresti a chi “non sa come comportarsi” e finisce per allontanarsi?
Di non aver paura. Se spieghiamo come comunicare, non stiamo aggredendo, stiamo educando. Non sminuite le nostre spiegazioni e non offendetevi se vi diamo delle "istruzioni": è l'unico modo per costruire un ponte e stare tutti nello stesso mondo, senza pietismi.
8) Se potessi smontare un solo tabù sulla sordità, quello che davvero cambia la percezione collettiva, quale sceglieresti? E da dove dovremmo iniziare, concretamente?
Smonterei l'idea che "sordo significa meno capace". Esistono percorsi diversi perché ogni storia e ogni scelta familiare è diversa. Dobbiamo iniziare dalle scuole: la disabilità non è un limite della persona, ma di un ambiente non pronto. Cambiando la cultura, non dovremo più giustificarci per il semplice fatto di esistere e partecipare.
Il vero tabù non è la sordità. È l’idea, ostinata e rassicurante, che esista un unico modo giusto di essere al mondo. Tutto ciò che devia da quella norma viene ridotto, semplificato, addolcito — oppure ignorato.
Ma le parole di Sara Giada Gerini fanno saltare questa illusione: mostrano che il problema non è la mancanza di suono, bensì la mancanza di cultura, di educazione, di responsabilità condivisa. Finché continueremo a vedere la sordità come un limite individuale, eviteremo di interrogarci sulle barriere collettive che la rendono tale.
Smontare questo tabù richiede un cambio scomodo ma necessario: passare dalla pietà all’ascolto, dall’imbarazzo alla relazione, dalla distanza alla partecipazione. Non è un gesto eroico, è un atto minimo di civiltà. Perché una società davvero inclusiva non è quella che “dà voce”, ma quella che riconosce che quella voce — anche quando non passa dal suono — è sempre esistita.
