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Lo specchio di Medusa e l'estetica della carne: il diritto di essere viste oltre l'immagine. Intervista a Elisa Viluppi

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Lo specchio di Medusa e l'estetica della carne: il diritto di essere viste oltre l'immagine. Intervista a Elisa Viluppi

FiloTabù - Libertà di parlare, coraggio di svelare
Pubblicato da Valeria Genova in Interviste · Mercoledì 02 Set 2026 · Tempo di lettura 7 minuti
Tags: MedusaesteticacarnedirittoesserevisteimmagineintervistaElisaViluppi
Viviamo in un’epoca ossessionata dall’immagine, eppure raramente ci sentiamo davvero guardati. Il corpo contemporaneo abita uno strano paradosso: è costantemente esposto sui display digitali, ma ridotto a simulacro, a oggetto bidimensionale da editare, correggere, censurare. In questo scenario di ipereposizione anestetizzata, la fotografia rischia di diventare l'ennesimo dispositivo di giudizio. Esiste, però, un contro-uso politico e filosofico dell'obiettivo: quello che non cattura il corpo per imprigionarlo in un canone, ma che lo accoglie come Leib – il corpo vivo, l'esperienza incarnata di cui parla la fenomenologia.

Nato dalle macerie personali di un disturbo alimentare e trasformatosi in un manifesto di resistenza estetica, il Beautiful YOU Project della fotografa Elisa Viluppi fa esattamente questo: rompe il tabù dell'invecchiamento, della taglia e del difetto per restituire alle donne il diritto alla propria irripetibile imperfezione. In questa intervista, Elisa ci guida dietro le quinte del suo obiettivo, rivelando come l'atto di farsi fotografare da un altro non sia un esercizio di vanità, ma un radicale esercizio di guarigione e di ridefinizione del Sé.




1)Il tuo progetto Beautiful YOU Project è davvero ispirante. Ci puoi raccontare come è nata l’idea di trasformare ogni donna in una diva e quale messaggio speri di lanciare riguardo all’unicità e alla bellezza individuale?
L’idea è nata molti anni fa, ma chiaramente ogni progetto ha bisogno di tempo per arrivare a compimento.  Fin da bambina ho amato la moda e le riviste di moda che rubavo a mia madre, ma non solo,  le opere artistiche e le statue classiche. Dall’adolescenza in poi, mi è subito stato chiaro che quello vedevo  sui giornali e sui social era diverso dalla realtà. La bellezza ivi raccontata era irraggiungibile.
Sebbene non avessi il sogno di fare la modella, come molte ragazze degli anni Duemila, feci di tutto per arrivare a quella magrezza. Pensavo ossessivamente al cibo, soprattutto a come evitarlo. Arrivai a  pesare 43 kg e caddi nel baratro dell’anoressia per alcuni mesi.
Finché un giorno lessi in un giornale locale, un annuncio di  un corso di fotografia base. Mi iscrissi e fu l’inizio della mia rinascita, avevo qualcosa da imparare e la possibilità di esprimere il mio amore per l’arte e la bellezza. Più tardi, attraverso l’esperienza e e gli studi continui, scoprii il potere della fotografia. Raccontare e dare voce, ma anche plasmare, cambiare e guarire.

Iniziai la mia carriera di fotografa professionista 15 anni fa insieme ad una amica e collega. Ci occupavamo di matrimoni. Ma la mia vera passione sono sempre state le donne e gli abiti. Ci sono voluti 10 anni per mettere in atto il mio sogno. Il mondo e le donne in Italia non erano ancora pronte!

2) Nel mondo della fotografia, quale pensi sia il ruolo delle imperfezioni nel catturare l’essenza di una persona e come riesci a far sentire speciali le donne che fotografi, abbracciando i loro tratti unici?
Si pensa comunemente che siano le sole qualità positive (sia fisiche che caratteriali) a dare fascino a una persona. Non è proprio così. Il fascino è  un equilibrio tra quelli che vengono definiti  difetti o imperfezioni e le nostre doti. Non esisterebbe perfezione senza un contraltare e questa natura binaria è presente in tutti noi, è la nostra essenza. Le donne che vengono si sentono speciale perché il luogo in cui approdano, il mio team è pieno di energia positiva. Le attenzioni che dedichiamo sono uniche. Da noi ci si libera, si balla, si corre, si danza, si parla, ci si trasforma…

3) Nel nostro percorso di accettazione di noi stessi, spesso ci scontriamo con tabù e pregiudizi estetici. Cosa ti ha spinto a sfidare questi tabù e quali reazioni vedi nelle persone che partecipano al tuo progetto?
Quando decisi di fotografare donne, mi fu chiaro da subito che non avrei voluto il solito portfolio pieno di modelle giovanissime e “perfette”. 15 anni fa, difficilmente veniva mostrata una donna oltre i 45/50 anni sottolineando la sua femminilità e sensualità. Era una nonna, una donna matura, non stava bene. I kg in più difficilmente venivano tollerati in una immagine in stile magazine. Ma io  volevo raccontare la bellezza di ogni singola persona indipendentemente da età, condizione, taglia. Il fatto è che quando guardo una donna, vedo sempre molta potenzialità a cui semplicemente non è mai stata data voce. Il progetto Beautiful You è nato da questo.  Sapevo che mi sarebbe costata molta più fatica, sia da un punto di vista tecnico e di posa, sia da un punto di vista di marketing per superare questi tabù.  Ecco perché ho deciso di correlare le immagini ad una storia che possa raccontare andando in profondità.

4) Come professionista che valorizza l’unicità di ogni donna, come scegli di rappresentare le caratteristiche che spesso vengono etichettate come difetti, trasformandole in punti di forza nelle tue fotografie?
Femminilità, autenticità, spontaneità sono i miei mantra. È attraverso questo processo che trasformo l’imperfezione in un punto di forza.

5)  Viviamo in un’era in cui i selfie sui social media predominano e spesso sottolineano una bellezza superficiale e artefatta. Come si differenzia la tua fotografia, che è un’immersione nell’animo umano, dal fenomeno dei selfie? E che importanza attribuisci alla bellezza di essere fotografati dagli altri quindi visti con occhi diversi?
Premetto che amo i selfie. Possono essere un modo per scoprirsi e valorizzarsi. Io stessa ho giocato spesso con gli autoritratti. Mi piace creare tutorial sul mio profilo per aiutare le donne a amarsi attraverso gli autoscatti. Il fatto di essere fotografati da qualcun  altro rende i giochi ancora più interessanti perché si aggiunge una relazione, una visione e un punto di vista.

6)  Il filosofo Umberto Galimberti nel suo lavoro parla del corpo come di un’esperienza vissuta e non solo di un oggetto da osservare. In che modo la tua fotografia cerca di catturare l’essenza del corpo come esperienza unica e irripetibile, andando oltre la superficialità dell’immagine?
Mi dicono spesso che le mie foto “parlano” proprio perché cerco sempre di raccontare i corpi che fotografo non come soggetti o statue senza vita, ma come persone che vivono nello spazio, si muovono, gesticolano, ammiccano. Il processo irrepetibile che accumuna un corpo ad un’anima.

C’è un’idea profondamente radicata nella cultura occidentale che confonde l’oggettività con la verità e la perfezione geometrica con la bellezza. L’esperienza artistica e umana di Elisa Viluppi ci ricorda il contrario: l’essenza di un volto o di un corpo non risiede nella sua staticità monumentale, ma nella sua capacità di cedere, di muoversi, di fallire la simmetria. La bellezza che emerge dal Beautiful YOU Project non è quella pacificata e anestetizzata delle riviste patinate, ma è una bellezza tragica e vitale, che include l'ombra, il tempo che passa, la ferita.
Affidare il proprio corpo allo sguardo di un altro, allora, diventa un atto di fede relazionale.

In un mondo che ci spinge a nasconderci dietro l'autarchia dei filtri e la solitudine dei selfie, lasciarsi guardare significa accettare la propria vulnerabilità. Significa smettere di considerarsi oggetti da osservare e ricominciare a percepirsi come soggetti che vivono, che desiderano e che, finalmente, si concedono il lusso di esistere ad alta voce.


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