Malinconia, cultura e il coraggio di sostare nel buio
Pubblicato da Valeria Genova in Interviste · Lunedì 22 Dic 2025 · 5 minuti
Tags: Malinconia, cultura, coraggio, buio, introspezione, arte, emozioni, filosofia, resilienza, riflessione
Tags: Malinconia, cultura, coraggio, buio, introspezione, arte, emozioni, filosofia, resilienza, riflessione
In un tempo che esige leggerezza, efficienza emotiva e felicità ostentata, la malinconia resta una delle emozioni più fraintese e rimosse. Spesso confusa con debolezza o fallimento, viene nascosta, normalizzata, talvolta temuta. Eppure, proprio ciò che cerchiamo di scacciare continua a bussare, chiedendo ascolto.
Ne parliamo con Daniele Zepparelli, Direttore Artistico dell’Umbria Green Festival, una realtà che da anni intreccia ambiente, cultura e sensibilità umana e ideatore del primo Festival della Malinconia. Un progetto che ha avuto il coraggio di aprire uno spazio collettivo per "un sentimento oscuro e luminoso insieme", restituendogli dignità culturale ed esistenziale. Perché forse non tutto ciò che è buio va guarito: alcune cose vanno attraversate.

1) Daniele, l’Umbria Green Festival ha sempre intrecciato ambiente, cultura e sensibilità umana. Dopo aver vissuto insieme questo primo Festival della Malinconia, come sente che sia nato — e soprattutto come si sia rivelato — questo bisogno collettivo di dare spazio a un’emozione che tanti ancora nascondono?
Scriveva Van Gogh che esiste una malinconia silenziosa, che ci fa vedere le cose con un occhio più sacro. In un contesto decisamente oscuro come quello che viviamo oggi, con questo nuovo progetto abbiamo proposto un’esperienza interiore che molti sentivano. Parlare di malinconia, di questo sentimento buio e luminoso insieme, ci ha permesso di indagare e toccare ciò che muove a cominciare, con uno sguardo consapevole e nuovo. La speranza del cambiamento credo parta anche da questo2) In una società che continua a celebrare la felicità come unico traguardo, questo evento ha dimostrato quanto parlare di malinconia sia necessario e liberatorio. Guardando alla risposta del pubblico, crede che la malinconia sia ancora un tabù o abbiamo iniziato a scalfirne il silenzio?
C’è stata una risposta incredibile da parte del pubblico, probabilmente abbiamo intercettato il sentimento del tempo, senza ovviamente rendercene conto. Nell’ultimo rapporto del Censis brilla, infatti, questa frase: “E’ la malinconia a definire oggi il carattere degli italiani”. Proprio per questo motivo aver scalfito il silenzio su questo stato d’animo e averlo messo in mostra in modo anche ironico e leggero – grazie a Elio (de Elio e le Storie Tese, ndr) e al suo spettacolo sulla rivalutazione della tristezza – credo abbia aiutato a creare uno spazio personale e simbolico, al contempo fisico e immaginario, dove ogni spettatore ha potuto richiamare ricordi, esperienze di vita, letture e suoni. Abbiamo accolto la malinconia non come anomalia del sistema, ma come possibilità da ascoltare.3) Durante questi giorni a Perugia, arte, musica, filosofia e psicologia si sono contaminate, mostrando volti diversi della malinconia. Che ruolo ha avuto — e può continuare ad avere — la cultura nel trasformare un’emozione etichettata come “negativa” in un’occasione di consapevolezza, profondità e perfino bellezza?
La cultura ha il ruolo di smascherare le finzioni, di mostrare senza infingimenti la fragilità umana. E non c’è niente di male nel sapere che “solo un soffio è ogni uomo che vive” (come recita un Salmo bellissimo). Forse in queste giornate a Perugia abbiamo mostrato come la malinconia sia essenza dell’uomo e abbia un’energia particolare – oserei dire “positiva” – che allaccia, congiunge, combina in un’unica cornice cultura, scienza e natura, generando un dialogo vivo e costante.4) Dopo aver ascoltato voci così diverse e partecipazione così intensa, se la malinconia potesse parlare oggi, dopo il Festival, cosa direbbe a chi continua a temerla o a respingerla? E cosa spera che le persone si portino a casa, ora che le luci si sono spente ma l’esperienza resta?
Forse la malinconia ci aiuterebbe a capire che a volte il mondo andrebbe turbato, altro che divertito, come diceva Thomas Bernhard. Nel turbamento c’è la scintilla, nella crepa la luce. E spero che le persone si portino a casa la consapevolezza che nel buio si può trovare la luce.La malinconia non è un errore di sistema, ma una fenditura attraverso cui passa il senso. In un mondo che ci invita continuamente a distrarci, a divertirci, a rimanere in superficie, essa chiede l’opposto: di fermarci, di sentire, di guardare senza filtri. È scomoda perché non promette soluzioni, ma apre domande.
Il Festival della Malinconia ha mostrato che esiste una comunità pronta a riconoscere questa emozione non come un nemico, ma come una possibilità di contatto con ciò che siamo. Arte, musica, filosofia e parola hanno costruito uno spazio in cui il buio non è stato negato, ma abitato.
Forse è proprio questo il gesto più radicale oggi: accettare il turbamento come forma di lucidità, la crepa come luogo di passaggio, la malinconia come voce che non va zittita ma ascoltata. Perché, come ogni vero tabù, ciò che nascondiamo è spesso ciò che più ci somiglia.
