Maschio o femmina? Un’informazione urgente
Pubblicato da Agnese Rabagliati in Libera e Imprudente · Giovedì 28 Ago 2025 · 4 minuti
Tags: maschio, femmina, informazione, urgente, genere, sessualità, identità, comunicazione, cultura, società
Tags: maschio, femmina, informazione, urgente, genere, sessualità, identità, comunicazione, cultura, società
“Volevo essere un bambino per far contenta mia madre.
Volevo essere un ragazzo per rimorchiare invece di essere rimorchiata.
Volevo essere un uomo per non dover nascondere il mio talento, il senso
dell’umorismo, l’ambizione.
Vorrei essere un vecchio per non dover chiedere scusa, se mi va di vivere
al di là della funzione concordata. Ornamentale. Riproduttiva.” Lidia Ravera
(Volevo essere un uomo)
«Maschio o
femmina?»
È una delle prime domande che una donna incinta si sente rivolgere, spesso ancora prima del classico «E tu, come stai?». La pongono amici, parenti, colleghi, conoscenti e persino perfetti estranei con un sorriso curioso e gli occhi pieni di eccitazione. Quando la risposta che ricevono è un "non so ancora" partono le scommesse e le supposizioni.
È una delle prime domande che una donna incinta si sente rivolgere, spesso ancora prima del classico «E tu, come stai?». La pongono amici, parenti, colleghi, conoscenti e persino perfetti estranei con un sorriso curioso e gli occhi pieni di eccitazione. Quando la risposta che ricevono è un "non so ancora" partono le scommesse e le supposizioni.
Un interesse quasi
morboso si genera attorno al ventre in crescita della futura mamma "la
pancia è tonda, è alta, è bassa...quindi..." tutti vogliono indagare e
provare a indovinare cosa si nasconde dentro. Come se conoscere il sesso del
nascituro fosse un’informazione essenziale, urgente, inevitabile.
Questa
abitudine dice molto della nostra società, del bisogno collettivo di assegnare
subito un’etichetta, di incasellare la nuova vita in categorie note e
rassicuranti: maschio o femmina.
Per fortuna, non siamo più ai tempi in cui
si urlava per strada: «Auguri e figli maschi!». Un buon auspicio per garantire alla famiglia forza
lavoro e continuità dinastica. Forse oggi l’ossessione per il figlio maschio è venuta
meno: non serve più la forza fisica per lavorare nei campi e, nella maggior parte
dei casi, uomini e donne possono svolgere entrambi attività intellettuali.
Eppure, la differenza tra un figlio
e una figlia continua ad avere un peso simbolico, sociale e culturale enorme.
Lidia Ravera
in Volevo essere un uomo, racconta la delusione di una madre alla
nascita della sua seconda figlia femmina e il senso di colpa che accompagna la
protagonista per tutta la vita, segnata dal peso di non corrispondere al
desiderio di chi l’aveva messa al mondo.
La scrittrice, resa celebre dal romanzo Porci con le ali del 1976, ama definire
il suo ultimo libro come una biografia collettiva: parla di sé ma in realtà
porta alla luce la storia comune di tante donne.
Oggi non si
parla più (apertamente) di preferenze, ma si organizzano i cosiddetti gender
reveal party — feste in cui il sesso del nascituro viene svelato con
effetti scenici sempre più spettacolari: dai palloncini rosa o blu che volano
via da maxi scatoloni, alle torte multistrato con ripieni a sorpresa, fino ai
fuochi d'artificio e alle scie rivelatorie lanciate da aeroplani. Celebrities e
comuni mortali condividono questi momenti online, trasformando una semplice
informazione biologica in un reel virale.
Ma ci siamo
mai chiesti perché tutto questo? Perché è così importante sapere il
genere della nuova vita il prima possibile?
C’è chi lo
giustifica con motivi pratici: sapere che vestitini comprare (unisex?), come
arredare la cameretta (mobilio da bebè?), o anche solo per iniziare a
immaginare un futuro (felice?). Ma è proprio qui che inizia un processo sottile
ma profondo: la proiezione di aspettative, stereotipi e ruoli di genere su un
essere che ancora non è nato. Rosa o azzurro. Dolce o intraprendente.
Tranquilla o scalmanato. Subito e inevitabilmente qualcosa.
E se invece,
per una volta, ci concedessimo il lusso dell’ignoto?
Perché non
usare quei nove mesi per rivolgersi alla creatura che cresce dentro di sé
semplicemente come “bambin*” o “persona”? Perché non attendere, accogliere,
osservare, senza bisogno di definire subito?
Dentro la pancia, almeno lì, forse
si può ancora essere solo esseri umani. Senza etichette. Senza ruoli. Senza
aspettative.
Il mistero non potrebbe essere proprio la chiave per
garantire la libertà di diventare, col tempo, ciò che si è davvero?
