Vai ai contenuti

Maternità libera: intervista a Ilaria Maria Dondi

Salta menù
Salta menù

Maternità libera: intervista a Ilaria Maria Dondi

FiloTabù - Libertà di parlare, coraggio di svelare
“Mi sono accorta che c’era un inganno in corso quando un animale umano ha iniziato a crescere dentro il mio corpo. Quando è uscito, l’ho notato ancora di più.
La gravidanza, poi il parto, e - soprattutto - il primo periodo della maternità semplicemente non combaciavano con le narrazioni culturali, sociali e filosofiche che mi circondavano. Ciò che vedevo e provavo si discostava dagli insegnamenti ricevuti sulle donne e gli uomini, sui padri e le madri; non riuscivo a ricollegare la mia esperienza personale alle nozioni che avevo assimilato riguardo a corpo, mente, individuo e io relazionale, e alle nostre strutture di vita collettive.
All’inizio credevo di essere impazzita. Cercavo disperatamente di comprendere che cosa mi stesse succedendo. Poi ho cominciato a capire che la mia mente era stata colonizzata da idee inadeguate sull’essere donna, sulla maternità, sul valore e persino sull’amore: c’era una cancrena alle radici del mio habitat.”
[1]

Così inizia Matrescenza. Gravidanza, parto, maternità: essere donna, diventare madre, il libro di Lucy Jones tradotto e pubblicato quest’anno da Edizioni Laterza in italiano. Questa introduzione ci racconta, in breve, che viviamo in un’epoca in cui la maternità è ancora raccontata come destino o dovere. Ci sono, però, autrici e studiose che vogliono scardinare questo mito della maternità e invitarci a guardare la maternità stessa come possibilità. Ilaria Maria Dondi, giornalista e autrice di Libere. Di scegliere se e come avere figli (Einaudi, 2024), è una di queste. Grazie al suo libro e alla newsletter “Rompere le uova”, Dondi offre spazi di riflessione e confronto dove le donne, madri, childfree o childless, possano riconoscersi fuori dal giudizio. A partire dalla sua esperienza personale, attraversata da una maternità arrivata dopo i 35 anni e segnata anche da una depressione post-partum, parla di un’urgenza collettiva: restituire complessità al discorso sulla maternità e sulla libertà riproduttiva.

1) Benvenuta Ilaria Maria e grazie per aver accettato di condividere con noi parte del tuo lavoro. Vorrei iniziare chiedendoti di parlare della tua newsletter Rompere le uova: quando hai sentito il bisogno di crearla e perché?
Rompere le uova è nata come un atto spazio per continuare il discorso intrapreso con Libere. Di scegliere se e come avere figli (Einaudi, 2024). Ho passato cinque anni a intervistare decine e decine di persone, madri e non. Il libro apriva a una discussione, non la esauriva. Dopo la mia esperienza - di donna senza figli fino ai 35 anni, poi di madre,  dopo la depressione post-partum e tutto il resto - sentivo l’urgenza di restituire complessità al discorso sulla maternità e, più in generale, sui diritti riproduttivi. Avevo capito sulla mia pelle quanto la narrazione dominante fosse asfittica: le madri dovevano essere sempre grate, realizzate, felici; le donne senza figli, invece, dovevano giustificarsi di continuo. La newsletter è diventata uno spazio libero da tutto questo — un luogo in cui madri, childless e childfree potessero riconoscersi fuori dal giudizio, raccontarsi e pensarsi insieme.

Scrivere mi ha permesso di rimettere ordine nel disordine: mio, ma anche collettivo. Non volevo più un racconto a compartimenti stagni, madri contro non madri, ma una conversazione comune sui modi in cui ognuna e ognuno abita o non abita la dimensione riproduttiva. È stato anche un gesto politico: rompere le uova come metafora di rompere il guscio del maternalismo, di quel controllo sociale che pretende di decidere per noi come, quando e se “fare figli”.

La società cerca in ogni modo di avere un controllo sull’uso che faremo delle nostre ‘uova’, prima che la riserva ovarica - che si presume in dotazione a chi nasce biologicamente femmina - sia esausta: la storia della maternità come destino e massima realizzazione di una donna, con tutti i giudizi e i pregiudizi annessi, stigmatizza coloro che non hanno o non avranno figli, e giudica anche chi ne ha.

Credo sia tempo di riprenderci le nostre uova e farne ciò che vogliamo. Mettendo al centro il nostro desiderio.

Con il tempo, Rompere le uova è diventata una piccola comunità: un laboratorio di pensiero, ma anche un rifugio. Scrivo con la cura che dedicherei a una lettera, sapendo che dall’altra parte ci sono persone che leggono per riconoscersi, non per essere educate. È uno spazio di lentezza e di libertà, due dimensioni oggi quasi rivoluzionarie.

2) In questo rifugio-comunità hai raccolto anche diverse testimonianze di madri pentite. In un numero di Rompere le uova hai scritto:
 
“In primavera, quando ho pubblicato "Se tornassi indietro forse non farei figli", sono state molte le madri che, senza sentirsi addosso il peso del giudizio, mi hanno raccontato il loro pentimento: in due casi drammatico, perché radicale; negli altri più che altro identificabile nell’ambivalenza materna o nel famoso “senno di poi”, alla luce del quale molte di noi farebbero scelte diverse (meno figli, figli con un partner diverso o a età diverse, ecc.)”.
 
Perché è così difficile dire ad alta voce di essersi pentite di aver fatto figli?
Perché il pentimento materno è considerato un’eresia. Viviamo in una cultura che mitizza la maternità come esperienza naturalmente appagante, intrisa di senso e di amore incondizionato. In questo immaginario, ammettere di essersi pentite non è solo un tabù: è una minaccia all’ordine simbolico che lega il valore delle donne alla loro capacità di generare e accudire. Una madre pentita incrina il mito della “buona madre” e svela che la maternità non coincide necessariamente con la felicità.

Eppure, il pentimento non è sinonimo di rifiuto o di mancanza d’amore. Spesso è la forma che assume un dolore: quello per una scelta fatta dentro contesti di pressione, di solitudine, di disuguaglianza. Dire “forse non lo rifarei” non significa non voler bene ai propri figli, ma riconoscere che quella scelta è avvenuta in una società che non sostiene le madri, che le abbandona, che ne misura la dedizione sulla rinuncia.

Ciò che pesa non è tanto il pentimento in sé, quanto il giudizio che lo circonda. Le donne sanno che non troverebbero ascolto ma condanna. Per questo lo tacciono o lo mascherano in un linguaggio più accettabile: la stanchezza, la nostalgia per la vita di prima, l’ambivalenza. È su quel silenzio collettivo che si regge il mito della maternità perfetta.

Ce lo racconta bene la sociologa Orna Donath nel suo saggio Pentirsi di non essere madri, ma ce lo dicono da decenni anche varie ricerche che concordano: “E se poi te ne penti?” o “Guarda che poi te ne penti” è la frase con cui si redarguiscono le donne che non hanno figli o non ne vogliono, ma le statistiche ci dicono che se ha senso parlare di pentimento riproduttivo, quello più ricorrente è il pentimento materno.

Parlarne serve a liberare spazio; non per negare la maternità, ma per renderla più umana, più vera. Per dire che anche nel pentimento, come in ogni esperienza umana, può esserci amore.

3) Sfatiamo allora un altro mito legato alla maternità: quello dell’istinto materno universale, che si presume appartenga a tutte le donne. È un’idea ancora molto radicata, ma cosa ci dicono oggi le ricerche scientifiche e cosa raccontano invece le esperienze reali? Esiste davvero oppure si tratta di una costruzione culturale?
L’ “istinto materno” come lo intendiamo comunemente — un impulso naturale, innato e universale — è una costruzione culturale relativamente recente. Le neuroscienze e l’antropologia ci dicono che la capacità di accudire non è inscritta nel DNA femminile, ma si sviluppa attraverso relazioni, contesti e apprendimenti. L’attaccamento non è un riflesso, è un processo che ha ragioni biologiche e neurologiche che succedono al concepimento e al parto (a partire dai neuroni a specchio, che attivano sentimenti di empatia e tenerezza verso l’infante anche nell’adulto - il padre ma non solo - che non è necessariamente biologicamente connesso). Parlare di istinto materno serve, da secoli, a giustificare una precisa divisione dei ruoli: le donne predisposte alla cura, gli uomini al lavoro e al mondo.

Attribuire la maternità a un istinto naturale significa disinnescare la libertà di scelta. Se qualcosa è “naturale”, non può essere messo in discussione, e chi non lo sente o non lo desidera viene considerata difettosa. È un modo elegante per sottrarre alle donne la sovranità sul proprio corpo e sui propri desideri.

Le esperienze reali raccontano tutt’altro: ci sono madri che non si sentono “materne” e donne senza figli che incarnano ogni giorno una forma di cura radicale, verso altre persone o verso il mondo. L’istinto materno, ma forse dovremmo dire genitoriale, non è una costante biologica, ma un costrutto sociale e una relazione in costruzione: e come tutte le relazioni, può esserci o no, può mutare nel tempo, può anche mancare senza che per questo manchi l’amore.

Riconoscere la dimensione culturale della maternità non significa svalutarla, ma restituirle complessità e libertà. Non siamo madri perché “programmate” a esserlo, ma perché scegliamo — o non scegliamo — di esserlo, in modi sempre diversi.

Pensiamo alle maternità adottive e sociali e, al contrario, alla violenza domestica di alcune genitorialità biologiche: non si diventa genitori tramite un parto o un legame di sangue. Lo si diventa per amore.

4) Il tuo lavoro decostruisce i miti legati alla maternità. Quali sono state le reazioni del pubblico? Immagino che molte donne ti scrivano perché si riconoscono nelle tue parole e sentono il bisogno di leggerle e ascoltarle. Ma hai ricevuto anche episodi di resistenza o di attacco?
Sì, molte donne si sono riconosciute nelle mie parole, ma non sono mancate le resistenze. Ogni volta che si scalfisce un mito fondante — e la maternità lo è — emergono reazioni difensive, talvolta violente. Il mio lavoro tocca corde profonde: perché mette in discussione non solo un modello di madre, ma l’intero impianto simbolico che regge il nostro essere donne nella società.

I messaggi che ricevo sono spesso commoventi: donne che mi scrivono per dirmi “non mi sento più sola”, “mi hai dato le parole per dire qualcosa che non riuscivo a dire”. La cosa più ricorsiva che mi succede, e che ci mette tutte e tutti di fronte alla pervasività dei nostri giudizi e delle aspettative con cui limitiamo anche le persone che più amiamo, è trovarmi davanti a persone che mi raccontano pensieri o esperienze spesso traumatiche che hanno vissuto e che non hanno mai raccontato neppure alla migliore amica, alla madre, all’analista. Lo dicono a me, perché si sentono liberate dal giudizi.

Poi certo, ci sono anche messaggi di rabbia, i “non meriti di essere madre” o peggio: come se riconoscere la fatica o l’ambivalenza materna fosse un tradimento del ruolo. C’è chi mi accusa di “fare propaganda contro la maternità”, quando in realtà difendo la possibilità per ciascuna di scegliere, anche di essere madre, ma in libertà.

Gli attacchi arrivano spesso da chi si sente minacciato nel proprio equilibrio. Parlare di libertà riproduttiva significa parlare di potere: del potere di decidere del proprio corpo, della propria vita, del proprio tempo. E ogni volta che una donna lo rivendica, il sistema reagisce.

Ma credo che la resistenza sia anche un segno che la conversazione sta cambiando. Se certe parole disturbano, è perché stanno aprendo crepe. Ed è da lì che può entrare la luce.

5) In Italia parlare di scelte riproduttive resta un tabù persistente. In che modo il discorso pubblico sulla natalità e, di conseguenza, sulla famiglia influenza la libertà individuale delle donne in Italia?
In Italia il discorso sulla natalità è profondamente ideologico. Da un lato si lamenta la denatalità come “emergenza nazionale”, dall’altro si ignorano le condizioni materiali e culturali che rendono difficile o indesiderabile avere figli. Il corpo delle donne diventa terreno di propaganda: ci si rivolge a loro come incubatrici della Nazione, non come cittadine con diritti e desideri propri.

Il problema è che dietro la retorica della “famiglia tradizionale” si nasconde un modello unico di maternità: eterosessuale, bianca, di classe media, dedita. Tutto ciò che ne esce — madri single, queer, over, povere, o donne che non vogliono figli — viene marginalizzato. Addirittura negato o vietato per legge. Penso per esempio alla legge 40, che norma adozioni e fecondazione assistita solo all’interno della coppia nucleare ed eteronormata, consegnando al capitalismo riproduttivo e al privilegio economico la possibilità di essere genitori single o in coppie omoaffettive o se persone non binarie. È una forma di controllo sociale che limita la libertà di tutte, anche di chi i figli li ha.

Parlare di natalità senza parlare di welfare, di redistribuzione, di congedi paritari, di educazione sessuale e affettiva, significa perpetuare la stessa ingiustizia: attribuire alle donne la responsabilità di “salvare” il Paese partorendo. È un discorso che non emancipa, ma infantilizza.

La libertà riproduttiva non consiste solo nel poter accedere alla maternità, ma anche nel poterla rifiutare senza stigma. Fino a quando questa possibilità non sarà pienamente riconosciuta, non potremo dirci davvero libere.

6) In una delle tue ultime newsletter hai parlato di “reprocidio” in riferimento al genocidio in atto a Gaza. Potresti spiegarci che cosa significa questa parola?
Il termine “reprocidio” - coniato dall’attivista nera Loretta J. Ross - indica l’eliminazione sistematica della capacità riproduttiva di un popolo. Si tratta, nello specifico, di usare il controllo e la violenza riproduttivi come strumento di genocidio, È un concetto che incrocia la dimensione biologica e quella politica del genocidio: non si tratta solo di uccidere corpi, ma di distruggere il futuro stesso di una comunità, impedendole di rigenerarsi. Nel caso di Gaza, parliamo di bombardamenti su ospedali e reparti maternità, di donne incinte uccise o costrette a partorire senza assistenza, di carestia e violenza che colpiscono deliberatamente le possibilità di vita. Pensiamo al latte artificiale bloccato nei magazzini e non distribuito alla popolazione di Gaza, perché considerato materiale potenzialmente pericoloso, alle incubatrici stipate in magazzini e mai consegnate, ai reparti riproduttivi e di terapia intensiva neonatale deliberatamente presi di mira, agli aborti selettivi agiti sulle donne palestinesi ben prima del 7 Ottobre 2023 o, per fare un esempio ancora più lampante, al centro Al Basma, che conservava oltre quattromila embrioni e mille campioni di sperma e ovuli, ed è stato deliberatamente raso al suolo: un’intera generazione potenziale cancellata in un attimo.

Usare la parola “reprocidio” serve a nominare una violenza che spesso resta invisibile: quella che agisce attraverso i corpi delle donne e dei bambini. È un modo per denunciare che il controllo riproduttivo è sempre stato un’arma politica, anche nei conflitti.

Nominare è un atto di resistenza: dà forma all’indicibile. Parlare di reprocidio significa riconoscere che non esiste neutralità nei corpi, e che la libertà riproduttiva non è mai solo una questione privata, ma geopolitica.

Come scrivo spesso, il diritto a non riprodursi e quello di poterlo fare in sicurezza sono due facce della stessa libertà. Quando uno dei due viene negato, l’altro è immediatamente a rischio.

6) Infine, vorrei guardare con te al futuro e chiederti come possiamo riscrivere una narrazione della maternità più onesta, complessa e rispettosa delle differenze.
Penso che il futuro passi dalla pluralità. Non esiste un solo modo di essere madri, né un solo modo di non esserlo. Finché continueremo a raccontare la maternità come un destino o come un dovere, resteremo intrappolate in ruoli scritti da altri. Serve un linguaggio nuovo, capace di restituire la maternità alle donne — e alle persone — che la vivono, la scelgono o la rifiutano.

Riscrivere la narrazione significa mettere al centro il desiderio, non la norma. Significa includere le madri non eteronormate, le madri con disabilità, le madri migranti, le persone trans. Tutte le genitorialità possibili, anche sociali, anche elettive, ma anche chi non è madre e non per questo è “meno donna” o “meno realizzata” o passibile di pentimento o di un futuro meno pregno di significato.

Dobbiamo imparare a considerare la cura come un valore umano, non come un compito femminile. Solo allora potremo liberarci del mito della madre sacrificale e riconoscere la maternità per ciò che è: una delle tante possibilità dell’esistenza, non la misura del suo valore. Soprattutto non per forza e non sempre un’esperienza biologica.

Mi piace pensare che Rompere le uova serva proprio a questo: a rompere, ma anche a covare, incubare nuove parole.
Più oneste, più libere, più nostre.

[1] Lucy Jones, Matrescenza. Gravidanza, parto, maternità: essere donna, diventare madre, Editori Laterza, Bari, 2025, Introduzione, p. 8. Ne ho scritto su Filosofemme (https://www.filosofemme.it/2025/09/18/matrescenza/).
 
 


FiloTabù ETS
CF: 96647800588
via San Telesforo 10, Roma

Site Powered By Novus88
Torna ai contenuti