Maternità libera: intervista a Ilaria Maria Dondi
Pubblicato da Andreea Elena Gabara in SexFem Tabù · Venerdì 17 Ott 2025 · 15 minuti
Tags: maternità, Ilaria, Maria, Dondi, Libere, libertà, riproduttiva, autrici, studiose, mito, della, maternità, madri, childfree, childless, depressione, post, partum, riflessione, confronto, esperienza, personale, complessità, urgenza, collettiva
Tags: maternità, Ilaria, Maria, Dondi, Libere, libertà, riproduttiva, autrici, studiose, mito, della, maternità, madri, childfree, childless, depressione, post, partum, riflessione, confronto, esperienza, personale, complessità, urgenza, collettiva
“Mi sono accorta che c’era un inganno in corso quando un animale umano ha iniziato a crescere dentro il mio corpo. Quando è uscito, l’ho notato ancora di più.
La gravidanza, poi il parto, e - soprattutto - il primo periodo della maternità semplicemente non combaciavano con le narrazioni culturali, sociali e filosofiche che mi circondavano. Ciò che vedevo e provavo si discostava dagli insegnamenti ricevuti sulle donne e gli uomini, sui padri e le madri; non riuscivo a ricollegare la mia esperienza personale alle nozioni che avevo assimilato riguardo a corpo, mente, individuo e io relazionale, e alle nostre strutture di vita collettive.
All’inizio credevo di essere impazzita. Cercavo disperatamente di comprendere che cosa mi stesse succedendo. Poi ho cominciato a capire che la mia mente era stata colonizzata da idee inadeguate sull’essere donna, sulla maternità, sul valore e persino sull’amore: c’era una cancrena alle radici del mio habitat.”[1]
La gravidanza, poi il parto, e - soprattutto - il primo periodo della maternità semplicemente non combaciavano con le narrazioni culturali, sociali e filosofiche che mi circondavano. Ciò che vedevo e provavo si discostava dagli insegnamenti ricevuti sulle donne e gli uomini, sui padri e le madri; non riuscivo a ricollegare la mia esperienza personale alle nozioni che avevo assimilato riguardo a corpo, mente, individuo e io relazionale, e alle nostre strutture di vita collettive.
All’inizio credevo di essere impazzita. Cercavo disperatamente di comprendere che cosa mi stesse succedendo. Poi ho cominciato a capire che la mia mente era stata colonizzata da idee inadeguate sull’essere donna, sulla maternità, sul valore e persino sull’amore: c’era una cancrena alle radici del mio habitat.”[1]
Così inizia Matrescenza. Gravidanza, parto, maternità: essere donna, diventare madre, il libro di Lucy Jones tradotto e pubblicato quest’anno da Edizioni Laterza in italiano. Questa introduzione ci racconta, in breve, che viviamo in un’epoca in cui la maternità è ancora raccontata come destino o dovere. Ci sono, però, autrici e studiose che vogliono scardinare questo mito della maternità e invitarci a guardare la maternità stessa come possibilità. Ilaria Maria Dondi, giornalista e autrice di Libere. Di scegliere se e come avere figli (Einaudi, 2024), è una di queste. Grazie al suo libro e alla newsletter “Rompere le uova”, Dondi offre spazi di riflessione e confronto dove le donne, madri, childfree o childless, possano riconoscersi fuori dal giudizio. A partire dalla sua esperienza personale, attraversata da una maternità arrivata dopo i 35 anni e segnata anche da una depressione post-partum, parla di un’urgenza collettiva: restituire complessità al discorso sulla maternità e sulla libertà riproduttiva.
Rompere le uova è nata come un atto spazio per continuare il discorso intrapreso con Libere. Di scegliere se e come avere figli (Einaudi, 2024). Ho passato cinque anni a intervistare decine e decine di persone, madri e non. Il libro apriva a una discussione, non la esauriva. Dopo la mia esperienza - di donna senza figli fino ai 35 anni, poi di madre, dopo la depressione post-partum e tutto il resto - sentivo l’urgenza di restituire complessità al discorso sulla maternità e, più in generale, sui diritti riproduttivi. Avevo capito sulla mia pelle quanto la narrazione dominante fosse asfittica: le madri dovevano essere sempre grate, realizzate, felici; le donne senza figli, invece, dovevano giustificarsi di continuo. La newsletter è diventata uno spazio libero da tutto questo — un luogo in cui madri, childless e childfree potessero riconoscersi fuori dal giudizio, raccontarsi e pensarsi insieme.
“In primavera, quando ho pubblicato "Se tornassi indietro forse non farei figli", sono state molte le madri che, senza sentirsi addosso il peso del giudizio, mi hanno raccontato il loro pentimento: in due casi drammatico, perché radicale; negli altri più che altro identificabile nell’ambivalenza materna o nel famoso “senno di poi”, alla luce del quale molte di noi farebbero scelte diverse (meno figli, figli con un partner diverso o a età diverse, ecc.)”.
Perché è così difficile dire ad alta voce di essersi pentite di aver fatto figli?
Eppure, il pentimento non è sinonimo di rifiuto o di mancanza d’amore. Spesso è la forma che assume un dolore: quello per una scelta fatta dentro contesti di pressione, di solitudine, di disuguaglianza. Dire “forse non lo rifarei” non significa non voler bene ai propri figli, ma riconoscere che quella scelta è avvenuta in una società che non sostiene le madri, che le abbandona, che ne misura la dedizione sulla rinuncia.
Parlarne serve a liberare spazio; non per negare la maternità, ma per renderla più umana, più vera. Per dire che anche nel pentimento, come in ogni esperienza umana, può esserci amore.
L’ “istinto materno” come lo intendiamo comunemente — un impulso naturale, innato e universale — è una costruzione culturale relativamente recente. Le neuroscienze e l’antropologia ci dicono che la capacità di accudire non è inscritta nel DNA femminile, ma si sviluppa attraverso relazioni, contesti e apprendimenti. L’attaccamento non è un riflesso, è un processo che ha ragioni biologiche e neurologiche che succedono al concepimento e al parto (a partire dai neuroni a specchio, che attivano sentimenti di empatia e tenerezza verso l’infante anche nell’adulto - il padre ma non solo - che non è necessariamente biologicamente connesso). Parlare di istinto materno serve, da secoli, a giustificare una precisa divisione dei ruoli: le donne predisposte alla cura, gli uomini al lavoro e al mondo.
Le esperienze reali raccontano tutt’altro: ci sono madri che non si sentono “materne” e donne senza figli che incarnano ogni giorno una forma di cura radicale, verso altre persone o verso il mondo. L’istinto materno, ma forse dovremmo dire genitoriale, non è una costante biologica, ma un costrutto sociale e una relazione in costruzione: e come tutte le relazioni, può esserci o no, può mutare nel tempo, può anche mancare senza che per questo manchi l’amore.
Sì, molte donne si sono riconosciute nelle mie parole, ma non sono mancate le resistenze. Ogni volta che si scalfisce un mito fondante — e la maternità lo è — emergono reazioni difensive, talvolta violente. Il mio lavoro tocca corde profonde: perché mette in discussione non solo un modello di madre, ma l’intero impianto simbolico che regge il nostro essere donne nella società.
5) In Italia parlare di scelte riproduttive resta un tabù persistente. In che modo il discorso pubblico sulla natalità e, di conseguenza, sulla famiglia influenza la libertà individuale delle donne in Italia?
In Italia il discorso sulla natalità è profondamente ideologico. Da un lato si lamenta la denatalità come “emergenza nazionale”, dall’altro si ignorano le condizioni materiali e culturali che rendono difficile o indesiderabile avere figli. Il corpo delle donne diventa terreno di propaganda: ci si rivolge a loro come incubatrici della Nazione, non come cittadine con diritti e desideri propri.
Il termine “reprocidio” - coniato dall’attivista nera Loretta J. Ross - indica l’eliminazione sistematica della capacità riproduttiva di un popolo. Si tratta, nello specifico, di usare il controllo e la violenza riproduttivi come strumento di genocidio, È un concetto che incrocia la dimensione biologica e quella politica del genocidio: non si tratta solo di uccidere corpi, ma di distruggere il futuro stesso di una comunità, impedendole di rigenerarsi. Nel caso di Gaza, parliamo di bombardamenti su ospedali e reparti maternità, di donne incinte uccise o costrette a partorire senza assistenza, di carestia e violenza che colpiscono deliberatamente le possibilità di vita. Pensiamo al latte artificiale bloccato nei magazzini e non distribuito alla popolazione di Gaza, perché considerato materiale potenzialmente pericoloso, alle incubatrici stipate in magazzini e mai consegnate, ai reparti riproduttivi e di terapia intensiva neonatale deliberatamente presi di mira, agli aborti selettivi agiti sulle donne palestinesi ben prima del 7 Ottobre 2023 o, per fare un esempio ancora più lampante, al centro Al Basma, che conservava oltre quattromila embrioni e mille campioni di sperma e ovuli, ed è stato deliberatamente raso al suolo: un’intera generazione potenziale cancellata in un attimo.
Penso che il futuro passi dalla pluralità. Non esiste un solo modo di essere madri, né un solo modo di non esserlo. Finché continueremo a raccontare la maternità come un destino o come un dovere, resteremo intrappolate in ruoli scritti da altri. Serve un linguaggio nuovo, capace di restituire la maternità alle donne — e alle persone — che la vivono, la scelgono o la rifiutano.
Più oneste, più libere, più nostre.
[1] Lucy Jones, Matrescenza. Gravidanza, parto, maternità: essere donna, diventare madre, Editori Laterza, Bari, 2025, Introduzione, p. 8. Ne ho scritto su Filosofemme (https://www.filosofemme.it/2025/09/18/matrescenza/).
