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Non è (solo) una questione di soldi: il tabù del denaro nei game show

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Non è (solo) una questione di soldi: il tabù del denaro nei game show

FiloTabù - Libertà di parlare, coraggio di svelare
Pubblicato da Ludovica Distefano in Fuori Onda · Giovedì 23 Apr 2026 · Tempo di lettura 5 minuti
Tags: denarogameshowpremioriscattosocialebisognoeconomiconarrazioneempatiaspettacolotelevisivotabùvaloremateriale
Gli appassionati – e non – del piccolo schermo sanno bene come i game show occupino una porzione significativa del palinsesto televisivo italiano, specie nella fascia del preserale, di cui rappresentano i programmi di punta indiscussi.

Negli ultimi anni più che mai, è possibile parlare di una vera e propria rinascita mediatica dei quiz televisivi, che hanno invaso a gamba tesa anche gli spazi social: nei nostri momenti di pigro scrolling, di fatto, è frequente imbattersi in meme, commenti e clip brevi che immortalano i momenti più avvincenti tratti dalle puntate.

Sebbene il genere si sia diffuso in Italia già a partire dagli anni '40 e si sia evoluto nel tempo attraverso format e modalità sempre differenti, la sua struttura portante è rimasta pressoché invariata, fondandosi su tre pilastri: un conduttore, un regolamento, e uno o più concorrenti pronti a sfidarsi per conquistare un premio, generalmente in denaro.

È innegabile come, nel contesto dei game show, il racconto che viene fatto del concorrente ruoti interamente attorno alla possibilità della vincita finale: al di là dello storytelling costruito attorno ai protagonisti, il focus della narrazione è il denaro. Tuttavia, il modo in cui la televisione affronta la tematica economica è estremamente paradossale.

Nei quiz televisivi, il denaro non viene trattato in virtù del suo potere d’acquisto, ma diventa simulacro di qualcos’altro: il raggiungimento di un obiettivo, se non il coronamento di un sogno. Ciò diventa evidente nel momento in cui, quando viene chiesto al concorrente a cosa destinerebbe l’eventuale vincita, la risposta punta sempre ad un obiettivo nobile: l’acquisto di una casa, l’ampliamento della propria attività, e via dicendo. Per lo stesso principio, nessuno oserebbe mai dichiarare che il denaro gli serve per – banalmente – migliorare la propria condizione economica, perché ciò romperebbe l’aura di rispettabilità e di sacralità che aleggia attorno al game show.

A tal proposito, è importante sottolineare come il bisogno economico diventi esso stesso un requisito d’accesso al gioco. Difatti, è chiaro come la scelta dei concorrenti, nella fase dei casting, sia fortemente influenzata dalla loro condizione economica di partenza: difficilmente verrebbe selezionato chi non ha una reale necessità di vincere, sia perché la sua storia e le motivazioni che lo hanno portato fin lì risulterebbero prive di quella spinta emotiva necessaria a incollarci allo schermo, sia perché, di conseguenza, faticheremmo a identificarci in lui e nei suoi bisogni.

Chiaramente, per noi che guardiamo da casa, è più facile immedesimarci con il concorrente se questi pensa di destinare il montepremi a una “buona causa” o a un qualsiasi progetto capace di rivoluzionargli la vita: il rispecchiamento dei nostri sogni e desideri con i suoi ci spinge, talvolta inconsciamente, a metterci nei suoi panni. Al contrario, se il concorrente ammettesse di essere lì con l’unico scopo di gonfiare il proprio conto in banca, a soffrirne sarebbe la dimensione dell’intrattenimento, intaccando irrimediabilmente il patto di fiducia che lega programma TV e spettatore.

In altre parole, la TV trasforma il bisogno di denaro nell’ennesimo schema narrativo, volto esclusivamente a coinvolgere lo spettatore sul piano empatico. Per questo motivo, il movente economico resta nell’angolo, seppure rappresenti a tutti gli effetti il motivo principale (se non unico) per cui si accetta di partecipare a un game show.

A questo primo tabù se ne aggiunge un secondo: quello della moralità.

Molti game show, per loro stessa natura, si basano sul gioco d’azzardo. Difatti, accade di frequente che il concorrente sia chiamato a rischiare una certa somma (magari già acquisita) per provare a vincere di più: è la ricerca del fantomatico “colpaccio”, dunque il potenziale ribaltamento della sorte, capace di cambiare l’esistenza del concorrente per sempre.

In questo scenario – quello in cui deve scegliere se accontentarsi o rischiare il tutto per tutto –, a prescindere dalla decisione finale, il concorrente sente il dovere morale di manifestare apertamente il proprio rispetto incondizionato verso il denaro, per evitare di risultare arrogante e irriconoscente agli occhi del pubblico: lo stesso pubblico che, da casa, lo guarda maneggiare somme a più e più zeri con una nonchalance che, senza la classica giustificazione del «so bene quanto valgono questi soldi, ma sono qui per giocare» annessa, gli risulterebbe intollerabile.

In definitiva, i game show confermano come, in televisione, il denaro sia ammesso solo se nobilitato da qualcos’altro: che sia il sacrificio, il sogno o la promessa di un riscatto, la pura necessità economica deve essere costantemente trasformata, per non spezzare la magia dell’intrattenimento e risultare in questo modo socialmente accettabile.



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