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Occupazioni: punite ma ignorando i bisogni e i perché

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Occupazioni: punite ma ignorando i bisogni e i perché

FiloTabù - Libertà di parlare, coraggio di svelare
Pubblicato da Alberta Robin in Articoli · Sabato 10 Gen 2026 · Tempo di lettura 4 minuti
Tags: occupazionipunizionibisognimotivazioniignoranzadirittigiustiziasocialeprotesteattivismosocietà
Dal Leoncavallo, allo stabile in via Savoia ripulito e riorganizzato dal movimento Prendo Casa, all'Aula Studio Liberata dell'Università della Calabria le richieste di sgombero aumentano sempre di più.
L'accusa delle destre è quella di sottrarre spazi pubblici alla comunità creando disagio sociale, creando problemi di decoro urbano.

Occupare però non vuol dire sottrarre spazi, non vuol dire creare problemi di decoro urbano, occupare vuol dire restituire alle città dei luoghi in cui vivere quando l'alternativa è la strada perché non si investe in politiche di inclusione e politiche abitative (come nel caso dello stabile in via Savoia), occupare vuol dire restituire alle persone degli spazi di cultura e soprattutto di confronto in un contesto in cui le destre cercano di soffocarlo in continuazione questo confronto.

Di cosa si ha paura? Si ha paura di una popolazione che non vuole piegarsi a nulla, si ha paura di una popolazione che vuole resistere. Si ha paura di un popolo stanco di non avere spazi di incontro senza dover necessariamente pagare qualcosa, stanco di doversi continuamente imbavagliare e non avere la possibilità di esprimere le proprie opinioni confrontandosi democraticamente, si ha paura di integrare soggettività, magari straniere, nella vita della città in cui hanno scelto di vivere o in cui sono obbligate a vivere.

In molte città italiane, il tema degli sgomberi lo si pratica e lo si cerca di eliminare dalle narrazioni. Un caso simbolico è quello del centro sociale Leoncavallo a Milano. Nasce negli anni 70 come spazio autogestito di cultura, aggregazione e politica, è stato occupato per decenni ed era un centro di riferimento per persone di età diverse. Il 21 agosto 2025 lo sgombero è stato ordinato e la città ha lamentato e sofferto la perdita di un importante luogo di socialità e cultura alternativa. Il caso del Leoncavallo mette in luce la questione dello sgombero e dell' abbandono delle strutture.
I report sulle strutture fantasma italiane mostrano un fenomeno in crescita, con milioni di edifici vuoti (oltre 620.000 solo nel 2023, stando ai dati di Confedilizia), che abbracciano case, fabbriche, teatri e interi borghi, che pongono in essere quel degrado urbano tanto odiato dalla destra. Dinnanzi a questa situazione, un'occupazione, anche temporanea, tampona il problema del degrado cittadino, e lo sgombero, per molti attivisti e cittadini, è una rottura di una possibile creazione di reti sociali e culturali costruite dalla cittadinanza e per la cittadinanza.

In alcune città poi la questione degli sgomberi si intreccia con quella del diritto alla casa. I Prendocasa hanno occupato stabili per garantire un tetto e cercare di dare respiro a chi è soffocato dall' emergenza abitativa. A Cosenza, uno stabile occupato in via Savoia da alcune famiglie e sostenuto dal comitato Prendocasa ha rischiato lo sgombero più volte, portando alla ribalta la questione della dignità abitativa e della responsabilità delle istituzioni nel trovare risposte strutturali a bisogni concreti invece che reprimere.

Queste occupazioni, per quanto di natura diversa, mostrano come gli spazi fisici diventino luoghi di conflitto simbolico per chi ha necessità di ambienti in cui vivere dignitosamente.
Il “tabù degli sgomberi” sta dunque nel fatto che raramente la discussione pubblica si concentra su perché gli spazi vengono occupati, su quali bisogni cercavano di soddisfare le occupazioni e quali alternative reali vengono offerte prima di ricorrere alla repressione, ci si concentra solo sull'atto dell' occupazione in sé. Ripristinare la legalità è un valore fondamentale in uno Stato di diritto, ma spesso le occupazioni sembrano risolvere in modo immediato problemi di ordine pubblico causati dalle istituzioni stesse, come la mancanza di politiche abitative efficaci, la scarsità di spazi culturali e sociali, il senso di esclusione di larghi strati di giovani e di cittadini.


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