Oltre il tabù: diritti, libertà e realtà nel dibattito pubblico italiano
Pubblicato da Valeria Genova in Interviste · Lunedì 13 Apr 2026 · 8 minuti
Tags: diritti, libertà, realtà, dibattito, pubblico, Italia, tabù, società, cultura, diritti, umani, libertà, di, espressione, Riccardo, Magi
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Riccardo Magi è segretario di +Europa e da anni tra le voci più attive in Italia sulle battaglie per i diritti civili, dalla legalizzazione della cannabis al fine vita, fino ai temi della cittadinanza e delle libertà individuali. In questa intervista per FiloTabù, affronta senza semplificazioni questioni spesso considerate divisive — come aborto, eutanasia e libertà personale — proponendo una riflessione che parte dai dati ma si fonda soprattutto sulle storie concrete delle persone. Un confronto che mette al centro il rapporto tra politica, cultura e società civile, cercando di superare paure e rigidità ideologiche.
1) Cannabis, aborto ed eutanasia sono temi da sempre considerati tabù in Italia: quali resistenze principali incontra la politica quando tenta di affrontarli e perché secondo Lei restano così difficili da discutere pubblicamente?
Non credo che su queste questioni si possa parlare propriamente di “difficoltà”. Insomma, non bisogna per forza semplificare all’osso tutte le questioni. Soprattutto quelle che riguardano i corpi delle persone, la loro carne e la loro intimità. Su temi come questi semplificare può ingenerare paura. Giustamente. Per questo sono dibattiti che vanno accompagnati con lucidità e che richiedono tempo per poter essere “depurati” da tutta la propaganda a cui sono stati sottoposti.
Pensiamo all’eutanasia: nel 2006 gli italiani favorevoli all’eutanasia erano il 38%, nel 2024 questo dato è salito al 67% (dati Eurispes). Questo dato è raddoppiato. Ma non per miracolo, bensì perché nel mezzo ci sono state battaglie vinte, perse, storie di persone, una stampa diventata più sensibile, un parlamento nel quale si sono fatte avanti queste istanze, una corte costituzionale che si è espressa sul caso Cappato-Dj Fabo. Insomma non è stato semplice. Ma la gente oggi ha abbandonato la sua paura sui temi dell’eutanasia perché ha riflettuto su tante cose che prima semplicemente non conosceva.
2) La presenza storica della Chiesa in Italia influenza il dibattito politico su queste tematiche. Quanto questo ostacola concretamente l’affermazione di diritti civili e come è possibile mediare tra convinzioni religiose e principi di laicità dello Stato?
Oggi forse l'influenza della Chiesa è meno rilevante che nel passato. Ricordo, per esempio che sui referendum sulla legge 40 vi fu una vera e propria mobilitazione della Chiesa contro quel voto. A mio avviso il problema oggi non è quello di avere una Chiesa influente o invadente nella politica. Certo, accade che il tema della religione venga richiamato in modo sguaiato per esempio quando Salvini bacia i rosari nei comizi o quando Meloni rivendica il suo essere cristiana. E però questo non ha a che fare con la Chiesa. Se davvero valori cristiani avessero inciso negli ultimi anni nel dibattito pubblico penso che non avremmo più morti nel mediterraneo o accordi con la Libia, o carceri in Albania. Io stesso ho cercato l’appoggio del mondo cattolico sul referendum cittadinanza, per esempio. Con scarso successo, ad essere onesti. Perché forse se si fossero mossi come contro la legge 40…ci saremmo avvicinati molto di più al quorum.
3) In questi anni Lei si è battuto per la legalizzazione della cannabis e per altri diritti civili: quali strategie politiche hanno funzionato meglio e quali, invece, si sono scontrate con maggiori tabù culturali?
Innanzitutto credo che le cose che funzionano meglio siano quelle in cui si può spendere la propria serietà e credibilità. Penso che le persone percepiscano perfettamente quando un politico prende posizioni per puro opportunismo, perché lo dicono i sondaggi o perché ormai quella cosa è di moda. E che al contrario si accorgano di quando qualcuno lo fa con convinzione, mettendocela tutta, perseverando negli anni per raggiungere l'obiettivo.
Credo che un elemento importante per convincere sia quello di poter spiegare fenomeni attraverso le storie delle persone. Difronte a un paziente che va in tribunale con un’accusa per spaccio perché in realtà voleva solo curarsi con la cannabis medica…non c’è tabù culturale che tenga. Lo stesso vale di fronte a chi è costretto a sopportare sofferenze irreversibili e non trova aiuto dalle istituzioni per un fine vita dignitoso.
4) Quali sono gli strumenti più efficaci che la politica può usare per trasformare un tema tabù in un dibattito pubblico costruttivo e basato su dati e diritti, senza scivolare in conflitti ideologici?
I dati, che pure sono eloquenti, da soli non bastano. Sono freddi anche se inconfutabili. E' necessario portare le persone a toccare da vicino gli effetti negativi di un diritto negato. I danni che si abbattono sulla vita di chi subisce il diniego sia per i "costi" che si ripercuotono nella società. Pensiamo al danno economico e ai riflessi negativi per la sicurezza di tutti noi che produce il proibizionismo sulla cannabis. Forze di polizia mandata a correre dietro ai piccoli spacciatori, le carceri trasbordanti di disperati, un mercato enorme regalato ai trafficanti che diventano sempre più ricchi e potenti e si impadroniscono dell'economia del paese. Portare alla luce tutte le sfaccettature di un fenomeno, non negando gli aspetti negativi, scioglie l'atteggiamento ideologico, irrazionale tipico dei tabù.
Inoltre, trovo molto efficace fare rete, essere capaci di mettere insieme i simili. Trovare un minimo comune denominatore tra attori diversi. Con il referendum sulla cittadinanza, promosso da +Europa, abbiamo tenuto insieme una rete di oltre 230 organizzazioni e partiti. Alcune di queste realtà erano agli antipodi ma hanno lavorato insieme per un obiettivo comune. Questa è politica nel senso più alto, per me.
5) Guardando alla società civile: come possono i cittadini contribuire concretamente a far avanzare la discussione su temi così sensibili e supportare politiche più inclusive?
Innanzitutto difendendo il proprio spirito critico. Oggi è difficile mantenere una concentrazione alta, sempre meno persone leggono e approfondiscono. Con l’intelligenza artificiale è difficile distinguere i contenuti veri dai falsi. E alla fine se tutto è potenzialmente falso e inaffidabile va a finire che le persone non credano più a niente. E, come diceva Hannah Arendt, con gente che non crede a niente ci puoi fare di tutto. Perciò io penso che la prima cosa sia difendere il proprio spirito critico, la propria intelligenza, la propria facoltà di prendersi un momento in più per pensare.
Poi tutto il resto: manifestazioni, disobbedienze, referendum, proposte di legge popolare, dibattiti e quant’altro.
6) Alcuni sostengono che certe battaglie sui diritti siano ancora percepite come “contro valori tradizionali”: come pensa si possa costruire un dialogo rispettoso tra valori religiosi, culturali e laici, senza rinunciare ai principi di libertà individuale?
Io penso il contrario. Penso che sia sovversivo, contro la Costituzione e pure contro i valori su cui questo Paese è stato costruito professare e difendere principi che limitano la libertà individuale. Prendiamo il decreto sicurezza: limita la libertà di manifestare. E questo è contro tutto quello in cui un Paese democratico dovrebbe credere. Se ne vogliamo fare una questione di tradizione ecco: la nostra tradizione democratica sta per essere sovvertita da chi vuole limitare valori democratici.
7) Che significato attribuisce al concetto di libertà nella società contemporanea, soprattutto quando riguarda scelte intime e controcorrente rispetto ai tabù sociali?
Per me la libertà è, prima di tutto, la possibilità di scegliere per sé stessi, senza che lo Stato, la morale dominante o la paura del giudizio decidano al posto nostro.
In una società democratica, la libertà non è l’arbitrio del singolo, ma il riconoscimento della dignità e dell’autonomia di ogni persona.
E proprio per questo, le scelte più intime — quelle che riguardano il corpo, la vita, la morte, l’amore — devono essere rispettate, anche quando vanno controcorrente rispetto ai tabù sociali.
Però visto che mi ritengo un liberale vero so anche che la libertà ha bisogno della giustizia per poter essere esercitata. Perché non è davvero libero chi ha uno stipendio da fame, chi non può studiare, chi cresce in una condizione di marginalità, chi esce da un carcere senza prospettive, chi arriva su un barcone, chi cresce in Italia e non ha la cittadinanza… Tutte queste cose per me si tengono insieme.
Dalle parole di Magi emerge una visione chiara: i tabù non si superano con slogan o contrapposizioni, ma con tempo, conoscenza e responsabilità collettiva. Il cambiamento, secondo lui, nasce dall’incontro tra dati e realtà vissute, tra impegno politico e partecipazione dei cittadini. In un contesto in cui il rischio è quello di semplificare o polarizzare, la sfida è invece mantenere uno sguardo critico e aperto, capace di tenere insieme libertà individuale e giustizia sociale. Perché, in fondo, è proprio nella possibilità di scegliere — consapevolmente e senza paura — che si misura la qualità di una democrazia.
