Oltre la strada, oltre i tabù: il viaggio di Una ragazza in camion – Laura Broglio
Pubblicato da Valeria Genova in Interviste · Lunedì 15 Set 2025 · 9 minuti
Tags: viaggio, camion, tabù, Laura, Broglio, ragazza, avventura, libertà, esplorazione, esperienze, strada
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«La libertà non sta nello scegliere tra bianco e nero, ma nell’inventare nuovi colori.» – Jean-Paul Sartre

Essere camionista, per Laura Broglio, non è stato il coronamento di una passione d’infanzia, ma l’inizio inatteso di una rivoluzione personale.
In un settore dominato dagli uomini, ha scelto la cabina di un camion come spazio di emancipazione, di lotta contro stereotipi e tabù e come strumento per creare comunità.
La sua voce e la sua presenza online, con Una ragazza in camion, diventano un manifesto: non solo per ridefinire cosa significhi lavorare, ma per smontare il “mito del sacrificio” e affermare che professionalità e cura di sé possono (e devono) coesistere.
1) Come è nata la tua passione per il mondo dei trasporti e cosa ti ha spinto a intraprendere la carriera di camionista, un settore tradizionalmente dominato dagli uomini?
La mia non era una passione coltivata da piccola, come spesso accade.
I miei genitori non hanno nulla a che fare con questo mestiere (un consulente aziendale e una giornalista) e io ero la classica ragazza che non sapeva cosa fare nella vita: mi immedesimavo troppo nei personaggi dei film che guardavo, cambiavo idea ogni tre giorni.
Ho fatto un percorso di studi classico ma, arrivata all’università, non avevo la spinta giusta per continuare. Sentivo il desiderio di lavorare, di essere indipendente (anche perché i miei si separarono e io andai a vivere da sola a 18 anni: era anche una necessità).
Scoprii i camion per caso: trascinata a un raduno, cercai riparo dal sole cocente dentro l’unico camion non troppo agghindato da sembrare una giostra ai miei occhi. Salii in cabina e dissi: “Io devo fare questo”. Abbandonai i lavoretti precari che avevo (insegnavo danza e lavoravo come aiuto cuoco in cucina), mi pagai la patente di nascosto e trovai un’azienda presso cui iniziare.
2) La tua community "Una ragazza in camion" è un punto di riferimento per molti. Quali sono le informazioni più utili che cerchi di condividere e come speri di aiutare chi lavora in questo settore?
Il vero fil rouge della mia comunicazione è la consapevolezza.
Se c’è una cosa che il liceo classico mi ha lasciato è che la conoscenza rende liberi, e io cerco di intrattenere (perché è il primo obiettivo delle piattaforme) dando però anche cultura, spunti di riflessione e punti di vista diversi. Voglio far coltivare il dubbio e sbloccare il freno del: “Si è sempre fatto così!”.
3) Superare i tabù e gli stereotipi di genere è una parte fondamentale del tuo lavoro. Quali sono le sfide più grandi che hai affrontato come donna camionista e come le hai superate con orgoglio e determinazione?
La vera sfida è ancora in corso. Il tabù più grande è quello che definisco “mito del sacrificio”: non puoi mostrarti debole, non puoi dire che sei stanco, vali solo se vivi per lavorare e i tuoi sacrifici (anche di relazioni, di famiglia e personali) sono un vanto… una sorta di autoaffermazione attraverso l’arroganza e la prepotenza. Non è così!
Il lavoro del camionista non è solo quello di collegare produttore e lavorazione, mittente e cliente finale e invece significa anche costruire legami e non vincere sull’altro (o su se stessi).
Io stessa mi sento soddisfatta di quello che faccio quando riconosco la professionalità di un carico portato a termine nel rispetto delle regole e con professionalità, ma anche e soprattutto rispettando i tempi del mio corpo e del mio benessere (non salto mai la pausa pranzo, per dire, e quando posso scendo e faccio due passi nei dintorni per non stare chiusa in cabina).
Come puoi immaginare, è un settore maschile e maschilista (con una buona dose di maschilismo tossico) e questo è un altro aspetto. Far capire che le battutine sessiste non sono complimenti è veramente un campo minato, e la paura di subire molestie nelle aree di sosta è comune a tante mie colleghe.
Ma il peggio arriva dai social. Dietro quelle tastiere le offese volano: dal “torna in cucina a fare le polpette” a “questo devi dare” quando qualche collega mostra un video in cui spazza il rimorchio per pulirlo e renderlo ordinato per il carico successivo.
Mettono in dubbio la tua professionalità a prescindere e, se poi ti racconti sui social, allora non sei una vera camionista. Io persevero, e se rispondo penso sempre a chi leggerà dopo, mai per convincere l’hater di turno.
Credo che questo tipo di messaggio, portato avanti con costanza, possa servire a smorzare la polemica becera e a mostrare un altro mondo possibile. E poi c’è la community di donne camioniste, che condividono la passione per il lavoro ma anche tantissima vita privata, dubbi e difficoltà tipiche di ogni donna: da chi ha figli a chi ne vorrebbe, a chi invece sceglie di essere childfree ma ha comunque il sovraccarico mentale, dalle ingiustizie subite sul lavoro ai grandi o piccoli traguardi personali.
Siamo nate per caso, grazie a un evento a noi dedicato per l’8 marzo, e ora abbiamo creato la nostra community per aiutare quante più donne possibile.
4) Una delle tue missioni è superare gli stereotipi di genere. Come pensi che il tuo lavoro e la tua presenza sui social contribuiscano a cambiare la percezione della società verso le donne in professioni tipicamente maschili?
Non per essere presuntuosa, ma aiuta tanto. Io stessa, quando iniziai, guardavo i video di colleghe che facevano manovre incredibili: una di loro oggi è nella community. Aiuta le altre donne a vedere un sogno come qualcosa di realizzabile, o anche solo a pensare che può essere una possibilità. Aiuta anche l’ambiente a migliorare, perché la diversità è solo un arricchimento. Aiuta la percezione perché automaticamente si scardina l’ideale del camionista alla Homer Simpson.
5) Come vedi il futuro delle donne nei trasporti e quali consigli daresti a una giovane donna che desideri seguire le tue orme?
Rispetto a quando iniziai io, ormai dieci anni fa, incrocio molte più donne e ne sono felice, anche se riconosco che la crisi di lavoratori abbia fatto la maggior parte del lavoro (e gli sgravi contributivi il resto). Insomma, non è stata una spinta femminista a permettere alle donne di accedere più facilmente, ma certamente è stata comunque un’occasione. Purtroppo rimane ancora un lavoro che ti impone di scegliere se lavorare o essere madre (o semplicemente donna), perché la cultura patriarcale ci assegna in automatico un lavoro di cura non retribuito.
Naturalmente il problema è culturale, ma se le cose non cambiano presenta molti limiti. Ed è un peccato, perché è un lavoro con stipendi più alti rispetto ad altri e per molte donne potrebbe significare una buona indipendenza economica (oltre che personale, perché ti insegna davvero tanto). Suggerisco sempre di provare e di iniziare senza porsi troppe domande su come faremo in futuro, e soprattutto di credere di poter essere in grado di fare tutto.
6) Il filosofo Michel Foucault ha esplorato l'idea del potere e di come esso influenzi le percezioni sociali. In che modo pensi che gli stereotipi di genere influenzino la percezione delle donne nella tua professione e come li stai sfidando?
Sui social ne sento di tutti i colori: o siamo tutte veline in cerca di palcoscenico, o siamo tutte di facili costumi, e il nostro valore viene screditato continuamente. Facciamo giri troppo corti per essere considerate valide, lavori troppo facili fisicamente: insomma, come fai sbagli.
La verità è che facciamo esattamente quello che fanno gli uomini, ma sembra quasi che non si voglia credere sia possibile che ci riusciamo. Certo, “not all men”: troviamo anche colleghi entusiasti dell’idea di avere colleghe con cui condividere l’amato lavoro e pronti ad aiutare. Ma purtroppo nemmeno “always a man”, perché ho trovato anche tante ragazze screditare le colleghe per difesa, una sorta di sindrome dell’ape regina. Non le biasimo, per certi versi, ma è un atteggiamento che non condivido.
Li sfido — ma in generale li sfidiamo — facendo bene il nostro lavoro e pretendendo rispetto nei luoghi di lavoro. Impari anche a non mandarle a dire, facendo questo mestiere. Sei sola e devi saperti difendere (perché purtroppo ancora ti devi difendere).

7) Se il tuo camion potesse parlare, quale storia divertente o inaspettata credi racconterebbe del vostro viaggio insieme?
Ne ho tante, forse una per ogni camion che ho guidato.
Da quando sono rimasta bloccata dentro un magazzino a quando l'ho lavato con i finestrini aperti, o quando ho perso le scarpe in autostrada perché le avevo cambiate e dimenticate sul gradino.
Racconterebbe tutte le persone interessanti che ho incontrato, con storie meravigliose: tantissimi immigrati che lavorano nei magazzini o nelle campagne, che fanno sacrifici enormi per dare un futuro migliore alla propria famiglia. Racconterebbe di quando ho incontrato quello che poi è diventato mio marito, in un magazzino a Firenze; di quando ho accompagnato mio figlio a scuola con il camion; e di quando ho incontrato dal vivo il mio migliore amico che abita a Genova. È lui che mi ha fatto dare un nome alla mia inquietudine, facendomi scoprire il femminismo.
«La strada appartiene a chi ha il coraggio di percorrerla.»
Laura ci mostra che guidare un camion non è solo trasportare merci, ma trasportare idee, dignità, possibilità. La sua esperienza è la prova che gli stereotipi non sono muri invalicabili, ma recinzioni fragili che possono essere scavalcate con determinazione e consapevolezza.
Ogni viaggio diventa allora un atto politico e filosofico: una resistenza quotidiana contro i tabù di genere e una testimonianza viva che il futuro — anche quello dell’editoria, dei trasporti, della società — si costruisce quando qualcuno osa uscire dai binari prestabiliti.
