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Oltre lo stigma: il tabù delle droghe e il diritto al piacere

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Oltre lo stigma: il tabù delle droghe e il diritto al piacere

FiloTabù - Libertà di parlare, coraggio di svelare
Pubblicato da Valeria Genova in Interviste · Lunedì 17 Nov 2025 · Tempo di lettura 8 minuti
Tags: stigmatabùdroghedirittopiaceresalutementaledipendenzasocietàconsapevolezzaeducazionelegalizzazioneculturabenesseredirittiumani
C’è un confine invisibile che separa ciò che possiamo nominare da ciò che la società preferisce silenziare.
 
Le droghe, più che sostanze, sono diventate simboli: del peccato, della devianza, della perdita di controllo. Ma dietro la cortina del proibizionismo si nasconde una verità scomoda — quella di corpi e vite che chiedono riconoscimento, diritti, libertà di scegliere e di sbagliare.

Parlare del “tabù della droga” significa interrogare le radici morali e politiche che hanno costruito lo stigma: non tanto contro le sostanze, ma contro le persone che le usano.

Con Alessio Guidotti, presidente di ITANPUD – Italian Network of People who Use Drugs, proviamo a spostare lo sguardo: dalle paure ai diritti, dal pregiudizio alla consapevolezza, dal silenzio alla parola.

1) Il concetto di “tabù” nasce spesso per proteggere, ma finisce per escludere. Secondo te, quali sono i tabù più forti che ancora oggi accompagnano le persone che usano droghe?
I tabù più forti che accompagnano chi usa droghe…chiariamoci: chi usa droghe spesso ha tutti i tabù che la cultura proibizionista, autentica peste sociale, gli ha trasmesso. Il tabù del piacere, ad esempio: chi usa droghe raramente elabora il suo rapporto con la sostanza in un modo che assegna al piacere un ruolo reale.

Facci caso: la narrazione dominante favorisce un racconto povero, dove chi usa droghe in modo problematico attribuisce la colpa o alla droga — “sta maledetta, lei mi ha rovinato” — o a sé stesso — “sono un debole, un coglione, un tossico”.

Il piacere quasi non è contemplato. Magari devi andare in analisi o da un terapeuta per arrivare a dire: “Ah, guarda un po’, forse c’è qualcosa che non va nella mia ricerca del piacere”. Se il concetto di piacere fosse più riconosciuto, si arriverebbe molto prima a valutare la propria condizione.

2) Lo stigma è un marchio invisibile. In che modo pensi che la società costruisca e alimenti questo stigma e quali strumenti culturali o filosofici possiamo usare per decostruirlo?
Sulle droghe e il loro uso, lo stigma è stato scientemente elaborato e alimentato ad arte.
 
Vedi, a volte quando leggi delle droghe nei classici della letteratura — prendi Anna Karenina, ad esempio — riesci a contestualizzare meglio anche il rapporto che le persone possono stabilire con una sostanza. Se pensiamo alla narrazione che ci viene proposta, ci rendiamo conto di come si alimenta lo stigma.

La cultura dominante alimenta lo stigma. Come uscirne non è cosa da poco. Gli strumenti culturali e filosofici che possono aprirti la mente sulle droghe mi sembrano ancora di nicchia, in netta minoranza. Per smontare le prime basi dello stigma, si dovrebbe cominciare a leggere la storia delle droghe, che sono usate dall’uomo da secoli.

3) La scelta di usare sostanze viene spesso letta come devianza. Qual è, a tuo avviso, il confine tra libertà personale e norme collettive?
Il confine è la violazione della libertà e del benessere altrui. Usare droghe è punito in tanti modi: sanzioni legali, amministrative, segnalazioni.

Però, se ci pensi, chi usa una droga non fa del male a nessuno. Ora, questa mia affermazione nella nostra cultura proibizionista fa scattare pensieri automatici: “Eh, ma chi scippa la vecchina per drogarsi? Chi si droga e poi fa l’incidente?” Stronzate. Il pensiero è plasmato dal proibizionismo.

Prima di tutto perché chi si droga lo fa molto spesso con soldi guadagnati legalmente; secondo, se non fosse illegale, il discorso sarebbe diverso. Le norme collettive vogliono controllare in un certo modo, ma le droghe hanno solo il potenziale di rompere quello schema. Non è detto che lo facciano realmente.

L’uso di droghe è stato scientemente reso un’offesa alla collettività. Quando diventa un rischio per la collettività, è per come viene gestito politicamente il fenomeno.

4) Il linguaggio crea realtà. Parole come “tossicodipendente” o “drogato” pesano come macigni. Che ruolo ha il linguaggio nello stigma e come possiamo trasformarlo in strumento di inclusione?
C’è un corto circuito. Che il linguaggio stigmatizzante vada combattuto lo dice anche l’ONU e le agenzie di sanità mondiali. Ma c’è chi non vuole capire.

Ti racconto una vicenda: nel 2021, alla Conferenza Nazionale sulle Droghe convocata dal Governo, una delle istanze che portammo fu proprio quella sul linguaggio. Noi di ITANPUD chiedevamo di usare il termine PUD – Persona che Usa Droghe invece di “tossicodipendente”. Bene, durante la conferenza il presidente della FICT (Federazione Italiana Comunità Terapeutiche) si oppose, sostenendo che usare l’acronimo PUD normalizzava il fenomeno.

La verità è che esiste un’industria a cui serve il “tossicomane”, serve lo stigma su chi usa droghe.

5) Nella nostra cultura la vulnerabilità è vista come debolezza. Pensi che un cambio di prospettiva sul riconoscere e condividere le proprie fragilità possa aprire la strada a una società meno stigmatizzante?
Certamente, ma è una società troppo bella. Siamo esseri umani, mostrare le proprie fragilità a volte è difficile persino all’interno di un legame affettivo.
 
Però sì, normalizzare la diversità e la vulnerabilità aiuterebbe.

6) Se potessi immaginare una società che ha superato i tabù legati all’uso di droghe, come la descriveresti? Quali principi fondamentali la guiderebbero?
Sarebbe una società con uso di droghe regolamentato, molta educazione sulle sostanze e consapevolezza dei danni causati dal proibizionismo.

I principi fondamentali: libertà sull’uso del proprio corpo, rispetto del prossimo e delle sue fragilità.

7) ITANPUD nasce come rete di persone che usano droghe. Qual è la missione principale dell’associazione e in che modo volete incidere sul dibattito pubblico in Italia?
ITANPUD è un’associazione di promozione sociale. Per comprenderne l’importanza bisogna avere chiaro il contesto culturale italiano nel quale opera. In Italia siamo molto indietro sui diritti delle persone che usano droghe. Queste persone non sono considerate cittadini, persone, identità.
 
Non si tratta solo di repressione, quanto di soppressione all’origine del concetto di diritti.

Il proibizionismo rende le PUD autentici alieni. Il dramma è che chi ha un uso problematico e avrebbe più bisogno di tutela non ha contezza dei propri diritti.

La missione principale di ITANPUD è abbattere il silenzio su questo paradosso, portare le PUD al centro dei servizi e del dibattito politico, evidenziando come i paradossi delle politiche sulle droghe siano accettati come ovvietà.

8) In che modo la voce diretta delle persone che usano droghe, attraverso ITANPUD, può cambiare le politiche e abbattere lo stigma meglio di qualsiasi campagna istituzionale?
ITANPUD ha dato cornice e contesto alla partecipazione attiva.
 
Quando una persona che usa droghe partecipa a tavoli istituzionali, già questo cambia la percezione e lo stigma.
 
Abbiamo partecipato alla Conferenza Nazionale sulle Droghe 2021 come users, e la nostra presenza è stata un atto politico e culturale concreto.

Se non si viene considerati, di quale inclusione o reinserimento sociale si può parlare? La partecipazione diretta è l’unico modo per scardinare la narrazione dominante.

9) Michel Foucault sosteneva che le società moderne esercitano il potere soprattutto attraverso il controllo dei corpi e delle condotte. Pensando all’uso di droghe e allo stigma che lo circonda, come vedi realizzato questo meccanismo oggi e come possiamo scardinarlo?
Foucault è un riferimento fondamentale per il movimento mondiale dei diritti delle PUD. ITANPUD è parte di una rete strutturata a livello internazionale (INPUD – International Network of People who Use Drugs, accreditata all’ONU).
 
Il potere esercita controllo sulle vite e sui corpi attraverso la narrazione dominante sulle droghe.

La cosiddetta “guerra alla droga” è una guerra alle persone che le usano. La nostra cultura associa automaticamente l’uso di droghe a una perdita di controllo, ignorando che può essere una relazione consapevole, simile a quella con il cibo.

Il proibizionismo è un’industria di marginalità ed esclusione sociale. Scardinarlo significa fare cultura, smascherare la narrativa dominante e rendere centrale la voce diretta delle PUD, non solo sulla carta, ma concretamente.

Il tabù, come scrive Bataille, è il volto invisibile del potere: ciò che la società teme, controlla e allo stesso tempo desidera.
 
Il tabù della droga non parla solo di sostanze, ma di autonomia, piacere, libertà del corpo e paura del disordine. Rompere lo stigma significa riconoscere l’umano nella sua complessità, nei suoi desideri e nei suoi errori.
 
Solo così possiamo vivere in una società che non punisce ciò che non comprende, ma sceglie di ascoltare, accogliere e comprendere ciò che teme, trasformando il tabù in occasione di riflessione, libertà e inclusione.


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