Onnipotenza a consumo
Pubblicato da Danilo Cappella in (Alter)azioni · Mercoledì 30 Set 2026 · 5 minuti
Tags: onnipotenza, consumo, energia, sostenibilità, efficienza, risorse, innovazione, tecnologia, ambiente, economia
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Il locale non era più semivuoto come lo era stato fino a qualche settimana prima. C’era movimento, viavai di persone sconosciute che affollavano il bancone e i tavolini all’aperto per gli ultimi - almeno nella speranza collettiva - rantoli di calore estremo. Omar se ne stava nel suo solito angolo a fare le cose che sapeva fare meglio: bere birra e osservare. Mancava solo un’ultima voce al trittico delle sue attività preferite: polemizzare.
L’occasione arrivò presto.
Dall’altra parte del bar, un suono sgradevole a rompere la quiete.
Un fischio nitido, seguito da uno schiocco di dita.
Omar aveva lavorato per anni nei locali, sapeva bene quanto fosse fastidioso.
Si allungò per capire da quale subumano fosse arrivato quel gesto, già consapevole di ciò che avrebbe visto. Un uomo elegante, in outfit aperitivo da lavoro, con le cuffie bluetooth addosso, il computer poggiato sul tavolo, il capello gelatinato e la cravatta attorno al collo. Pretendeva l’attenzione del cameriere, un ragazzo giovanissimo che stava distruggendo il proprio fisico per servire tutti, mentre si mostrava impegnato in una call. Quando il ragazzo si scusò per il ritardo, l’uomo lo interruppe quasi urlando, con l’arroganza nemmeno troppo velata di chi crede che il proprio tempo valga più di quello altrui, e soprattutto con la certezza che il proprio status gli desse priorità assoluta.
Omar mandò giù un sorso di birra e si alzò, avvicinandosi ai due.
“Vedi che se provi a usare le parole anziché fischiare, ti sente lo stesso. E controlla bene, perché qui chi sta lavorando è lui, non tu. Chi dovrebbe portare rispetto all'altro sei tu, non lui” disse.
L’uomo sulla cinquantina si girò, squadrò Omar dall’alto in basso, si aggiustò il bavero della giacca e disse: “Senti, fenomeno, fatti i fatti tuoi. Qua è un attimo che compro te, lui, questo locale e tutta la gente che c'è dentro”.
Eccoci. Quel punto era arrivato subito. L’argomento supremo di chi non ha altro da offrire al mondo se non il proprio estratto conto. Per quell’uomo, la possibilità di comprare cose e persone era la prova della propria superiorità morale ed esistenziale. E ormai la società sembrava dargli ragione: da quando i super ricchi hanno dimostrato che avere i soldi non è più un mezzo ma il fine, è certificato che averne più degli altri dia la possibilità di calpestare chiunque a proprio piacimento.
Ma non per Omar. Non quella sera.
Lo guardò in silenzio per qualche secondo, senza scomporsi.
“Puoi comprarti quello che ti pare” rispose Omar senza alzare la voce. “Ma resta il fatto che hai messo la cravatta solo per venire a fare il fenomeno con un ragazzetto che sta lavorando. E la cosa triste è che credi pure che quella cravatta ti renda diverso da lui, mentre ti dice solo quanto ti costa farti mettere il guinzaglio ogni mattina.”
L'uomo aprì la bocca per replicare, visibilmente irritato, ma Omar gli voltò le spalle e tornò al bancone. Di parole non ne servivano più.
Mentre il brusio del locale riprendeva, Omar si guardò intorno: i soliti manifesti elettorali affissi fuori dalla vetrata mostravano facce sorridenti in giacca e cravatta, tutti vestiti a festa per sembrare autorevoli a gente che non arrivava a fine mese. La stessa identica recita. Una società che ha smesso di chiedersi come fai i soldi, purché tu ne abbia abbastanza da potertene vantare e da usare l'arroganza per dominare. Si lavora e si vive con l'unico scopo di mostrare di avere, dimenticandosi del tutto dell'essere.
Finì la sua birra e disse a voce bassa al proprietario - suo amico da anni - che avrebbe saldato anche la consumazione di quel tipo al tavolo: una piccola lezione che valeva ogni centesimo.
Scontrino alla mano, tornò indietro. L'uomo era ancora immerso nella sua call di lavoro, con mezza birra davanti e lo sguardo incollato allo schermo, del tutto ignaro di ciò che stesse accadendo. Senza dire una parola, Omar allungò una mano e gli toccò il display, riagganciando la chiamata.
Il tipo balzò quasi dalla sedia, pronto a sbraitare, ma Omar gli lasciò lo scontrino sul tavolo, proprio sopra la tastiera del computer.
“Pagato” disse.
Il tipo lo guardò spiazzato, accennando un sorriso tirato, quasi a voler mostrare che non gliene importava nulla e di aver vinto lui.
Omar prese il bicchiere di birra ancora mezzo pieno che l'uomo aveva sul tavolo, lo guardò negli occhi e, con una lentezza quasi metodica, lo capovolse al centro del PC aperto. Il liquido dorato allagò la tastiera, spegnendo lo schermo in un istante.
“I soldi comprano tutto, no?” mormorò Omar. “Ricompratelo.”
Lo lasciò lì, pietrificato davanti allo schermo nero, e sfilò via verso l'uscita prima che l'altro potesse anche solo ritrovare la voce.
Fuori dal locale, la bella stagione stava finalmente cedendo il passo a un venticello fresco, quasi un preludio d'inverno. Si tirò su il bavero della maglia, guardando le luci della città che iniziavano ad accendersi.
Beati i ricchi, pensò amaramente, che possono permettersi il lusso di usare il denaro per calpestare gli altri, quando alla gente normale basterebbe solo per non doversi preoccupare di come scaldare la casa d'inverno.
