Parole che (non) parlano: tra bullismo e soggezione di chiamarlo tale
Pubblicato da Jenny Samarati in Psicodatura · Lunedì 25 Mag 2026 · 4 minuti
Tags: bullismo, soggezione, parole, comunicazione, psicologia, relazioni, linguaggio, comportamento, sociale, empatia
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A nove anni non capisci cosa sia il bullismo. A nove anni sono solo dispetti, anche se ti fanno piangere
forte.
A tredici anni, quattro più tardi, pensi che forse potrebbe essere bullismo, ma i grandi ti dicono che
sono solo prese in giro da ragazzini. Ti dicono di porgere l’altra guancia. Di far finta di nulla, che solo
così si stancheranno, i “ragazzini”.
A ventisei anni, il doppio di tredici, non riesci a dire di essere stata vittima di bullismo. Fatichi anche
a scriverlo. A ventisei anni, “dispetti” e “prese in giro” sono i due modi in cui descrivi ciò che è
accaduto.
Ero una ragazzina tra le tante della mia classe, ma ero vegetariana, portavo gonne e capelli lunghi, mi
piacevano la scuola e studiare e, ciliegina sulla torta, anche se mi lavavo sapevo probabilmente
d’incenso, i cui fumi riempivano spesso casa mia. I miei coetanei uccidevano lucertole davanti ai miei
occhi, mi mettevano pezzi di carne nel piatto in mensa e dicevano che puzzavo. Non mi toccavano,
mi lanciavano quaderni, astucci, penne di altri compagni addosso cosicché questi ultimi non volessero
più utilizzarli. Avevo l’armadietto pieno di quegli oggetti ormai per loro intoccabili.
Per anni ho chiamato queste azioni “prese in giro” e “scherzi da ragazzi”. Per anni, e ancora oggi, ho
usato l’espressione “avere un cattivo odore” anziché il termine, più idoneo, “puzzare”. Nonostante e
forse proprio perché quella era la parola che usavano loro. Ma anche perché rendeva il tutto più reale
e “grave”. E io non volevo fosse grave. O meglio, non volevo gli altri pensassero lo reputassi tale:
non erano solo scherzi? Non sarebbe sembrato volessi solo fare la vittima, se li avessi chiamati con il
loro nome? Se avessi detto senza mezzi termini ciò che realmente accadeva?
Malgrado le sedute di classe con il Preside della scuola, malgrado gli incontri tra genitori e professori,
malgrado gli interventi di una psicologa, ci ho messo anni a dire che ero stata, che sono stata, vittima
di bullismo. Ma adesso, ancora, ogni tanto il dubbio mi sorge: e se stessi esagerando? Se quella
bambina e poi ragazzina piangeva perché troppo sensibile, perché una lagna, come veniva definita, e
non a causa di una classe composta quasi interamente da bulli? E se fossero stati davvero solo battute
e gesti da ragazzi immaturi?
Penso a quella fanciulla e alla donna che sono ora e, ancora, piango. Perché troppo sensibile? Perché
lagna? No. Piango perché era bullismo, ma poiché nessuno mi picchiava, fanciulla e donna hanno
creduto e credono non lo sia stato. Poiché nessuno osava chiamarlo in quel modo, bullismo non poteva
essere. E così, ora che mi faccio docce su docce, che metto litri di profumo, che fatico ad abbracciare
per timore di dare fastidio, quando racconto affermo ancora: “I miei compagni delle medie mi
prendevano in giro dicendo che avevo un cattivo odore”. So che non è la realtà. Che è solo
un’addolcita parafrasi. Ma tant’è.
Chissà se un giorno riuscirò a dire la verità senza arrossire. Senza pensare di star facendo la vittima
lamentosa. Chissà se mi convincerò che il bullismo non è tale solo se lascia segni sul corpo, ma anche
se li lascia dentro. Chissà se riuscirò a spezzare il tabù nel quale altri, più grandi di me, sono caduti,
trascinandosi dietro quella che era solo una ragazzina spaventata e sofferente.
Lo devo a quella bambina, lo devo a tutti i bambini e a tutte le bambine che non si sentono abbastanza,
nemmeno per essere vittime.
E lo devo a questa donna, che sente di non meritare nulla che implichi un piacere fisico. Lo devo alla
donna che ha perso chili e chili per piacere agli altri, finendo in ospedale. Lo devo alla donna che
ogni giorno ha il desiderio di punire con ferite e simili quel corpo che le hanno insegnato essere
ripugnante. Lo devo alla donna che si auto-sabota, che ha paura di questa rubrica nonostante scrivere
ed essere letta sia tra i suoi sogni più grandi.
La canzone “Un matto” di Fabrizio De André recita: “Gli altri sognan sé stessi e tu sogni di loro”. Lo
devo al mio riposo. Alla mia salute mentale. Fa male, ma so che è necessario.
