Parole in fuga. Ipocognizione nei giovani d'oggi
Pubblicato da Valeria Genova in Articoli · Giovedì 10 Apr 2025 · 6 minuti
Tags: Parole, fuga, ipocognizione, giovani, oggi
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Parole che mancano, parole che non si conoscono, parole sempre più pigre e prive di tutte le sfumature che la nostra grandissima tradizione culturale-letteraria ci ha trasmesso.
La parola ha perso il potere di relazione, di comunione, di condivisione tra individui arrivando ad essere ridotta all’osso se non storpiata a causa della fretta indotta dai moderni mezzi di comunicazione.
La crisi della parola va di pari passo con la crisi delle materie umanistiche nelle scuole: già solo il domandarsi se sia utile se non sensato continuare a studiare il latino e il greco a scuola o se abbia una qualche utilità la filosofia è segno di impoverimento e inaridimento della nostra cultura.
Il latino e il greco, due lingue non più parlate ma culle della nostra cultura, della nostra lingua, di ciò che oggi siamo. La filosofia, madre del dubbio, delle domande, dello sviluppo del pensiero critico, della meraviglia che fa sorgere nuove riflessioni e porta al progresso.
Tutte materie che fanno della parola il loro fulcro, che riconoscono alla stessa la centralità che essa deve necessariamente avere per permetterci di essere Individui capaci di esprimere soggettivamente ciò che accade nel mondo.
Cosa pensa la filosofia della parola?
Il sofista Gorgia affermava che
quindi la parola non è solo un mezzo per dire qualcosa, ma è lo strumento per affermare le proprie emozioni, per fare il bene e il male. La parola, secondo il filosofo, ha addirittura il potere di ingannare, di modificare la verità a vantaggio di qualcuno e di influenzare le menti.
Per il filosofo Gorgia la parola non esprime la realtà ma ha valore solo per l’effetto che produce
E di esempi sull’uso della parola che ammalia e della voce che seduce ne è piena la politica nel corso della storia, dove il carisma di un personaggio si misurava, e lo si fa tuttora, sul modo di utilizzare insieme parole/voce per infondere sicurezza, profondità, prudenza o fascino.
Ma è davvero così o la vera efficacia di una parola si basa sul riferimento a qualcosa di reale? Ad un significato concreto?
Aristotele riconosce al logos la “vocalità”, ma ciò che per lui è importante nello stesso è il significato, considerando proprio questo l’elemento di differenza tra l’uomo e l’animale (dotato anch’esso di phoné ma non di semantiké).
Filosoficamente parlando la parola presa nel suo contenuto è ciò che permette all’uomo di accedere al mondo: solo attraverso essa l’essere umano può conoscere, comunicare e anche pensare.
Al giorno d’oggi, che fine hanno fatto le parole? Siamo sicuri che la proprietà linguistica dei giovani non si sia fortemente impoverita?
Tra messaggi, videochiamate, caption dei post social e così via, le persone si trovano a dover esprimere concetti, pensieri e opinioni in maniera basilare, non approfondita, con l’utilizzo di parole troncate, per non dire storpiate. C’è la fretta non di condividere ma di stare sempre “sul pezzo”, di dare una propria superficiale opinione su tutto. Ecco perché il latino, il greco e la filosofia vengono viste come materie inutili: fanno pensare, ragionare, riflettere sulle cose e mostrano che la realtà spesso non è quel che sembra. Sono materie scomode perché scardinano il mondo che ci circonda andando ad afferrarne l’essenza, con fatica, impegno e dedizione da parte di chi le studia e poi le applica.
Cosa succede con questo totale impoverimento del linguaggio? Non si è più capaci di pensare, di elaborare un pensiero critico raffinato, di avere un’opinione propria e nemmeno di riuscire a comprendere un testo qualunque.
Come spesso afferma il Professor Umberto Galimberti, se il proprio vocabolario è scarso, i pensieri prodotti saranno sterili, con un’ampia proprietà linguistica, invece, i pensieri saranno elaborati.
Tutta questa incessante povertà linguistica conduce inevitabilmente a diminuzione di possibilità: chi possiede scarsi strumenti linguistici non è in grado di gestire anche una normale conversazione o di scegliere il tipo di comunicazione in base agli interlocutori e al contesto che si pongono di fronte. Ci si trova davanti a ragazzi incapaci di esprimere le proprie emozioni, sia oralmente che per via scritta; giovani che faticano ad esporre un concetto che abbia una coerenza logica.
Un fenomeno preoccupante che trova il suo paradosso nella volontà, più volte manifestata, di eliminare appunto materie che invece aiutano ad avere il controllo su se stessi e sulla realtà che ci circonda perché permettono di riconoscere le proprie emozioni e di dare un nome alle cose per poterle anche solo pensare.
La mancanza di parole e della capacità di interpretare la realtà, sia esteriore che interiore, detta ipocognizione, era stata studiata anche dall’antropologo e psichiatra statunitense Robert Levy negli anni ’50 per spiegare l’alto tasso di suicidi a Thaiti: lo studioso si rese conto che se quella popolazione aveva le parole per esprimere il dolore fisico, non ne conosceva per quello psichico e qusta incapacità di dare un nome alla propria sofferenza induceva i thaitiani al suicidio.
È, dunque, indispensabile riflettere e prendere provvedimenti sull’incalzante analfabetismo funzionale dei giovani d’oggi per poterli aiutare ad afferrare con consapevolezza la loro soggettività senza dover essere schiavi del pensiero altrui.
“La parola è una gran dominatrice che, anche col più piccolo e invisibile corpo, cose profondamente divine sa compiere. Essa ha la virtù di stroncare la paura, di rimuovere la sofferenza, di infondere gioia, d’intensificare la commozione”,
“...della parola si sono ricavate due arti, quella di traviare la mente e l’altra di ingannare l’opinione pubblica”.
In questi termini la parola diventa un’arma perché non va ad argomentare ma ad affascinare le coscienze di chi ascolta, annullandole.
