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Parole opache: quando gli aggettivi non aiutano a spiegarsi

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Parole opache: quando gli aggettivi non aiutano a spiegarsi

FiloTabù - Libertà di parlare, coraggio di svelare
Pubblicato da Meltea Keller in Neurobug di sistema · Martedì 01 Set 2026 · Tempo di lettura 5 minuti
Tags: paroleopacheaggettivineurodivergenzacomunicazionecomprensionereciprocalinguaggioespressionecomunicaresignificatolinguistica
Ho pensato a lungo a come iniziare questo articolo, che contiene una delle cose più cruciali (e più difficili) da spiegare quando si parla di neurodivergenza: la questione delle parole opache. Sono quelle parole che, da sole, isolano una qualità della persona che in genere è sufficiente per chi le usa. Se però gli aggettivi si accumulano, vengono messi tutti assieme e sistematizzati, come nel gioco di “unisci i puntini” può venirne fuori un pattern cognitivo.

Stavo discutendo assieme a Chat GPT della caratterizzazione ad alto potenziale cognitivo di un mio personaggio nel momento in cui prova attrazione. GPT ha molti limiti, spesso quando la neurodivergenza non è esplicitata tende a leggere certi comportamenti come psicologici scoraggiando la spiegazione neurodivergente come se fosse patologizzante. Si è scusato poi, dicendomi che se io, l’autrice, dico che il personaggio è APC allora è così, punto.
Del resto, aggiunge: “Molti lettori neurotipici tendono a ‘tipicizzare’ i personaggi neurodivergenti se il testo non li etichetta esplicitamente.

Cioè leggono:
  • iperfocus → cotta;
  • selettività estrema → è esigente;
  • lettura finissima delle persone → è intuitiva;
  • sovraccarico → è emotiva.

“Diamine”, mi sono detta. “Ha trovato il modo di spiegare le parole opache.”

Il mio personaggio, difatti, non è esigente – è demiromantico: le occorre una forte connessione per provare attrazione e tanto tempo e tanta esposizione all’altro per innamorarsi. Quando, a tre quarti del libro, ammette a se stessa di essersi innamorata, l’editor mi scrive: “Pensavo fossimo già a questo stadio”. Eh no. L’attrazione è una cosa, l’attaccamento è un’altra.
Al contempo il mio personaggio non è intuitivo, è analitico: legge i micromovimenti del corpo da cui capisce gli stati d’animo degli altri, come molti APC. E c’è una bella differenza fra il vivere un’emozione da “persona emotiva” e andare in sovraccarico perché l’emozione è troppa e non la si riesce a contenere. Ci sono APC che distanziano le persone che gli piacciono per questo.
Quanto alla “cotta”, in passato sono andata in iperfocus per persone con cui ho avuto relazioni risibili perché non riuscivo a capire il loro comportamento. Una di loro è ancora convinta che mi fossi innamorata.

Capite cosa voglio dire?
Quello che l’AI segnala per il mio personaggio succede tutti i giorni nella vita ed è parte della ragione per cui, in certe generazioni che hanno usato sempre parole opache, è difficile poi ricomporre il tutto in un sistema cognitivo complesso. È difficile quindi rendersi conto di essere neurodivergenti.

Il fatto è che niente porta verso il fraintendimento meglio delle parole opache. “È un secchione”, “è workaholic”, “è un orso”, “è affidabile”, “è perfezionista”, “è permaloso”, “è eccentrico”, “è distratto”, “è emotivo”, “è indeciso”, “è ritardatario” – sono parole che, da sole, in presenza di complessità ci planano sopra in maniera talmente leggera da non coglierla affatto. Di mio nonno dicevano: “è nervoso, è fumino” (era, in verità, AuDHD).

Leggere i pattern e non le qualità singole è una tendenza pronunciata in certe neurodivergenze. Una domanda sul vedere o non vedere i pattern di comportamento degli altri era anche in uno dei test diagnostici. In genere però è un’abitudine poco diffusa, scambiata talvolta per un complicarsi la vita. Non che non esistano “distratti e procrastinatori” che non sono ADHD o “permalosi” che non hanno sviluppato la rejection sensitive dysphoria. È una questione di ampliare lo sguardo: se guardi una foto di un insieme di case prese da vicino, non puoi sapere se si tratta di un paesino o di una grande città. Se allarghi l’obiettivo sì.

Invece, è più comune che un archetipo interiore venga proiettato, attraverso alcuni aggettivi, sugli altri: il genio distratto, l’introverso romantico… però questi non sono cablaggi cognitivi – si tratta spesso di una persona complessa ridotta a narrativa esteriore, a modello preesistente nell’immaginario. Quante coppie fa scoppiare questo stile relazionale! Per esempio, in un matrimonio con un introverso romantico, che poi si scopre magari essere neurodivergente, il quadro completo porta alla delusione, alla caduta di un Mr Darcy (che non c’è mai stato) dal piedistallo perché ci si aspetta da lui una tipicità che non può garantire.

Nessuno è sintetizzabile davvero in un aggettivo – a meno che non stia pitchando se stesso a un colloquio di lavoro. Il problema delle parole opache di fronte ai pattern neurodivergenti è che si applicano a persone che, quando cercano poi di spiegare il proprio funzionamento integrale, trovano un muro di lingua semplificante davanti che rende tutto più difficile.
Sono parole che dovrebbero svelare, invece coprono.



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