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Quando il dolore passa attraverso lo schermo: VAS e il racconto di una generazione che si nasconde

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Quando il dolore passa attraverso lo schermo: VAS e il racconto di una generazione che si nasconde

FiloTabù - Libertà di parlare, coraggio di svelare
Pubblicato da Anastasia Fonti in Contronatura · Domenica 21 Dic 2025 · Tempo di lettura 6 minuti
Nel programma del Festival Visioni Verticali 2025, tra le tantissime proposte, trova posto VAS, lungometraggio presentato come evento speciale accompagnato da un incontro con il cast e il pubblico. Alla proiezione seguono infatti un dialogo e un momento di confronto con il regista Gianmaria Fiorillo e con i protagonisti Eduardo Scarpetta e Demetra Bellina, offrendo allo spettatore l’occasione di approfondire temi, linguaggio e urgenze dell’opera.

VAS segna l’esordio cinematografico di Fiorillo, che approda al lungometraggio dopo un percorso nato e sviluppato nel territorio digitale. Il film affonda le radici in un progetto precedente e si confronta con una materia complessa e attuale: il ritiro sociale volontario, una condizione sempre più diffusa tra i giovani adulti e spesso ricondotta al termine giapponese hikikomori. Un fenomeno che non riguarda soltanto l’isolamento fisico, ma una frattura più profonda tra individuo e realtà, alimentata da aspettative sociali, precarietà lavorativa e iperconnessione.

La storia ruota attorno a Camilla, giovane donna trasferitasi a Milano, che progressivamente restringe il proprio spazio vitale fino a trasformare la casa in un confine invalicabile. L’esterno diventa una minaccia, mentre il tempo si organizza secondo rituali ripetitivi e solitari. Camilla tenta di dare forma al proprio mondo interiore attraverso la scrittura, affidandosi a una piattaforma online che le consente di restare attiva senza esporsi. È proprio sul web che incontra Matteo, che vive a Napoli e sembra muoversi con disinvoltura nel sottobosco delle relazioni virtuali: chat, profili, incontri che non chiedono presenza fisica né responsabilità emotiva.

Il legame tra i due nasce e cresce esclusivamente mediato dallo schermo. Messaggi, notifiche e videochiamate diventano l’unico territorio di contatto possibile, ma anche un campo minato dove desiderio, proiezione e paura si confondono. Quella che appare come una possibilità di apertura si trasforma gradualmente in una spirale ambigua, capace di mettere in discussione la fragile stabilità di entrambi.

Fiorillo costruisce un racconto che rinuncia a qualsiasi forma di giudizio, scegliendo invece l’osservazione. Il film restituisce la sensazione di un tempo deformato, scandito da connessioni intermittenti e silenzi tesi. Le città di Milano e Napoli emergono come presenze lontane e quasi ostili: luoghi pieni di vita che, paradossalmente, amplificano il senso di esclusione dei protagonisti. Non sono rifugi né promesse, ma spazi che sembrano respingere chi non riesce a sostenere il loro ritmo.

VAS utilizza il linguaggio del digitale non solo come ambientazione, ma come struttura narrativa. Webcam, interfacce, app e assistenti virtuali diventano parte integrante del racconto, riflettendo una generazione sospesa tra la necessità di mostrarsi e l’incapacità di esporsi davvero. Il titolo richiama la scala di misurazione del dolore utilizzata in ambito medico, suggerendo una domanda centrale: come si quantifica una sofferenza che non lascia segni visibili, ma che permea ogni gesto quotidiano?



Il film si inserisce così in un discorso più ampio sul disagio giovanile contemporaneo. Il ritiro sociale non appare come una scelta improvvisa o ideologica, ma come l’esito di una pressione costante: l’obbligo di riuscire, di essere performanti, di mantenere una presenza continua anche quando mancano strumenti emotivi e materiali per farlo. In questo senso, il fenomeno degli hikikomori diventa il sintomo di un sistema che non contempla la fragilità, ma la spinge ai margini.

Attraverso una relazione che esiste solo nel perimetro digitale, VAS mette in scena il paradosso di una connessione che promette vicinanza e genera distanza. Il web è allo stesso tempo rifugio e trappola, luogo in cui è possibile reinventarsi ma anche perdersi. Fiorillo racconta questo cortocircuito con uno sguardo asciutto e rigoroso, lasciando che siano le immagini a restituire la complessità emotiva di personaggi smarriti.

VAS si propone come un’opera che dialoga con il presente, interrogando lo spettatore su cosa significhi oggi abitare il mondo, costruire relazioni e misurare il proprio dolore in una realtà sempre più filtrata dagli schermi. Un esordio che non cerca risposte semplici, ma apre uno spazio di riflessione necessario e urgente.

L’identità sotto pressione: crescere nella società dell'apparire
A mio avviso, il film mostra soprattutto la natura tossica dei legami che mette in scena e, ancora più in profondità, l’incapacità diffusa di costruire connessioni autentiche e sane. In VAS non esiste un rapporto che possa dirsi realmente onesto, rispettoso o paritario: ogni interazione è segnata da manipolazione, dipendenza, controllo o fuga. Ma questa disfunzione relazionale non nasce nel contatto con l’altro; affonda le radici in una relazione problematica con se stessi. I personaggi sembrano non avere accesso a un centro interiore stabile, a un’identità sentita e riconosciuta, e per questo cercano costantemente una conferma esterna che li definisca.

È il ritratto di una generazione cresciuta sotto le aspettative della società dell’apparire, che ci ha insegnato a guardarci da fuori prima ancora di conoscerci da dentro. Si impara presto a mostrarsi all’altezza, a sembrare desiderabili, efficienti, vincenti, ma non a interrogarsi su ciò che si desidera profondamente, su cosa nutre o consuma dall’interno. Lo sguardo è costantemente proiettato verso l’esterno, mentre l’interiorità resta un territorio inesplorato o temuto.

In questo vuoto identitario si innestano relazioni fragili e spesso distruttive: diventa impossibile incontrare l’altro senza usarlo come specchio, come rifugio o come misura del proprio valore. Non è un caso se questo è il periodo storico in cui l’accesso alla psicoterapia è aumentato in modo significativo, o in cui ansia e attacchi di panico sono diventati sempre più comuni. Al di là delle crisi economiche, politiche e sociali, emerge uno smarrimento dell’essere, una difficoltà diffusa nel riconoscersi come individui prima ancora che come ruoli.

Il tentativo di essere se stessi diventa complesso, quasi controcorrente, in una società che premia l’uniformità e la capacità di adattarsi alle sue richieste di omologazione. Costruire un percorso personale richiede tempo e non garantisce risultati immediati; eppure è proprio nel cambiare strada, nel “fallire” e nel fare esperienza, che si impara a conoscersi, ad arricchirsi e a rendersi liberi.

Proteggere il proprio valore e coltivare ciò che rende unici è l’atto più complesso, coraggioso e necessario. È da lì che possono nascere non solo creatività e desiderio, ma individui capaci di fare davvero la differenza. È importante accettarsi, non farsi accettare.

In questo senso, VAS non racconta solo una storia di isolamento o di dipendenza digitale, ma ci permette di interrogarci sul fallimento di un sistema che ha smesso di educare all’interiorità e ha lasciato un’intera generazione sola davanti a se stessa.


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