Quando la cultura del lavoro continua a penalizzare le donne
Pubblicato da Barbara Lancione in Articoli · Lunedì 19 Gen 2026 · 3 minuti
Tags: cultura, del, lavoro, penalizzazione, donne, uguaglianza, di, genere, discriminazione, carriera, femminile, lavoro, e, famiglia, stereotipi, di, genere, empowerment, femminile, diritti, delle, donne
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Per molte donne il mondo del lavoro continua a rappresentare un vero e proprio percorso a ostacoli,
segnato da pregiudizi e stereotipi di genere difficili da scardinare. Nonostante siano trascorsi quasi
cinquant’anni dall’approvazione della legge sulla parità di trattamento tra uomini e donne in ambito
lavorativo, il divario retributivo di genere resta una realtà strutturale nel nostro Paese.
Il gender pay gap è soltanto la punta dell’iceberg: sotto la superficie si nasconde un insieme
complesso di criticità che caratterizzano l’occupazione femminile e che affondano le proprie radici
in una visione ancora profondamente stereotipata dei ruoli di genere. I carichi di cura all’interno
della famiglia e della coppia ricadono prevalentemente sulle donne, rendendo più difficile la
conciliazione tra vita privata e lavoro. In questo contesto, la maternità finisce spesso per
trasformarsi in un fattore discriminante, influenzando non solo l’ingresso nel mercato del lavoro,
ma anche le possibilità di crescita professionale. Le interruzioni di carriera, il ricorso al part-time -
spesso involontario - e, nei casi più estremi, le dimissioni, contribuiscono ad alimentare un circolo
vizioso di svantaggio.
Ad incidere sulla disparità retributiva è anche la scarsa presenza femminile nelle posizioni apicali.
Il cosiddetto glass ceiling effect, o “soffitto di cristallo”, descrive bene l’insieme di barriere
economiche, sociali e culturali che ostacolano l’accesso delle donne ai ruoli di maggiore prestigio e
responsabilità. Un limite invisibile, ma concreto, che continua a condizionare le carriere femminili.
Viene allora spontaneo chiedersi perché, nonostante i numerosi interventi legislativi e una crescente
sensibilizzazione sul tema, molte disuguaglianze persistano. La risposta va probabilmente ricercata
nella persistenza di stereotipi e pregiudizi di genere ancora profondamente radicati nella nostra
società, capaci di influenzare scelte, comportamenti e dinamiche quotidiane.
Senza cadere nel luogo comune secondo cui “le donne sono le peggiori nemiche delle donne”, è però
necessario interrogarsi su un aspetto più scomodo: in alcuni casi sono proprio le donne, spesso in
modo inconsapevole, a riprodurre i modelli di una cultura del lavoro patriarcale e sessista.
La psicologia del lavoro parla della cosiddetta sindrome dell’ape regina: la tendenza di alcune donne,
soprattutto in ruoli di comando, a essere più severe e meno solidali con le altre donne rispetto ai
colleghi uomini. Spesso si tratta di persone che hanno subito discriminazioni e dinamiche sessiste e che, nel tentativo di sopravvivere o proteggersi all’interno di una cultura maschilista, finiscono per
perpetuare gli stessi stereotipi che le hanno ferite. Ma sono anche donne che, una volta ottenute
apparenti posizioni di potere e maggiori responsabilità, pur rimanendo sottopagate, finiscono per
aderire a logiche competitive e oppressive e a portare avanti una lotta isolata pur di conservare il
finto prestigio tanto desiderato.
Forse è proprio questo l’aspetto più amaro: scoprire che dietro episodi di mobbing, vessazioni e
discriminazioni sul lavoro possano esserci anche donne. Donne che, a loro volta, sono vittime di una
cultura patriarcale interiorizzata e spesso inconsapevoli del prezzo che stanno pagando - e facendo
pagare - in termini di solidarietà, libertà di scelta e reale emancipazione.
