Raccontare il corpo sessuato femminile. Intervista a Benedetta Petroni e Domitilla Pirro
Pubblicato da Andreea Elena Gabara in Interviste · Venerdì 16 Gen 2026 · 17 minuti
Tags: corpo, sessuato, femminile, intervista, Benedetta, Petroni, Domitilla, Pirro
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Il corpo femminile è un archivio di esperienze, linguaggi, ferite e scoperte. Da questa consapevolezza nascono A gambe larghe (Mondadori Studios, 2024), il podcast che ha dato voce a storie di salute riproduttiva e violenza ostetrica, e Utero con vista. Formidabile guida di orientamento genitale (effequ, 2025), il libro scritto a quattro mani da Benedetta Petroni e Domitilla Pirro. Un lavoro collettivo e politico, che unisce la ricerca giornalistica alla scrittura narrativa, restituendo alle persone con utero uno spazio di conoscenza e di libertà: il diritto a un corpo che sia ascoltato, raccontato e rispettato.
Domitilla, all’inizio di ogni puntata del podcast, dici “A gambe larghe siamo indifese ma anche fortissime, se restiamo in piedi”. C’è stato un momento in particolare in cui vi siete sentite indifese, o avete sentito esperienze di donne indifese, e avete sentito la necessità di affrontare le tematiche della salute riproduttiva e della violenza ostetrica nel podcast A gambe larghe? E in che modo da lì è germogliata l’idea di Utero con vista?
D. P. Le esperienze di vulnerabilità intorno al corpo femminile e alle cure riproduttive sono ubiquitarie: le abbiamo com’è ovvio anzitutto vissute, poi confessate, e ancora ascoltate nelle nostre cerchie, nei racconti delle amiche, delle sorelle, delle colleghe, e infine nel lavoro di ricerca – esperienze diversissime eppure terribilmente simili nella radice. Ma la molla reale per arrivarci, a questo specifico lavoro di ricerca, è stata la cronaca. L’innesco è stato più collettivo che personale. Nella notte tra il 7 e l’8 gennaio 2023, al Pertini di Roma, la morte del piccolo Carlo Mattia è stata seguita da un’immediata quanto disturbante ondata di polarizzazione sui social, tra chi puntava il dito contro la madre e chi parlava di rooming-in imposto, mancanza di supporto, in un’espressione molto specifica: violenza ostetrica. Quella è stata per noi una vera e propria chiamata alle armi: più che la tragedia in sé ci hanno colpito la reazione pubblica, la rapidità con cui si cercavano colpe all’insegna delle ipersemplificazioni. Le interviste che abbiamo subito iniziato a raccogliere, originariamente orientate sul longform d’inchiesta, raccontavano una realtà molto più complessa e strutturale. È da lì che abbiamo capito che serviva fare spazio (e dare ascolto): non per rimasticare morbosamente e vampirescamente dolori altrui, ma per fare da amplificatore e restituire un quadro sfaccettato e condivisibile dal valore politico. Il podcast nasce da questa precisa esigenza.
Utero con vista, invece, risponde a qualcosa di ancora più profondo: ognuna delle decine di interviste raccolte si concludeva chiedendo cosa ci si sarebbe auspicate di ricevere, con che prospettive (pro)positive guardare al mondo, e sempre l’invariabile risposta è stata: informazione. Avrei voluto sapere, avrei voluto conoscere, ah se solo avessi saputo prima che. Ecco da dove nasce il germe del saggio, anzi della guida.
D. P. Proprio questo: l’idea di fornire quella bussola che non solo alle tantissime persone intervistate ma persino già a noi stesse sedicenni, quindicenni, quattordicenni, sarebbe tanto servita a sgombrare il campo da una serie di bufale, paranoie, puri e semplici errori o pregiudizi e buchi d’ignoranza, con l’idea di allargare il quadro in modo il più possibile sistemico e programmaticamente intersezionale. Non dimentichiamoci che, se per violenza ostetrica (anzi ginecologica, più latamente: non interessa solo puerpere e affini, ma chiunque porti con sé un utero, in qualsiasi fase di vita) intendiamo una fettina molto sottile della più vasta casistica di malasanità, una buona cultura generale in merito alla salute (e alla salute riproduttiva, nello specifico; quella di chi ha un utero in dotazione, ancor più specificamente) può fare moltissimo per aumentare tutele e diffondere consapevolezza. Da un lato e dall’altro dello stetoscopio, peraltro: ché nel saggio, così come è stato per il podcast, l’alleanza col personale sanitario è stata vitale per arrivare a un approccio costruttivo anziché distruttivo.
B. P. Le mestruazioni sono ancora uno stigma in tantissime parti del mondo: come in Nepal, dove fino al 2005 era ancora legale che chi mestruava venisse isolatə dalla società durante quei giorni, perché consideratə impurə (mi riferisco qui alla pratica tradizionale del chhaupadi). In Italia fortunatamente non è così, ma la conoscenza e la preparazione con cui ci si approccia a quel liquido rosso è sempre troppo poca. Tutto è affidato all’eredità familiare e questo comporta una incredibile disparità di gestione. Recentemente sono stata a Milano, dove ho avuto il piacere di partecipare alla presentazione del report “Ascoltare il ciclo per trasformare il sistema: dentro lo Sportello di salute mestruale e ciclicità” di Eva in Rosso. È stato un momento molto importante, perché si è sollevato il problema, attraverso i dati, di quante persone non sanno gestire il proprio ciclo: non hanno personale sanitario di riferimento; il loro dolore mestruale non viene creduto, anzi talvolta banalizzato; ci sono persone che ricevono diagnosi che non sanno come gestire, perché nessuno ha dato loro gli adeguati strumenti per orientarsi in quella patologia. I dati sono stati raccolti attraverso lo sportello mestruale che le professioniste di Eva in Rosso curano e nel quale offrono gratuitamente la giusta informazione a tutte le persone che sentono di averne la necessità. Un’iniziativa bellissima, che dovrebbe diventare parte integrante del sistema nazionale sanitario, eppure non è così.
Quando parliamo di salute mestruale, parliamo di un mondo vastissimo che va, per dirne alcune, dalla prima mestruazione, all’endometriosi, alla sindrome dell’ovaio policistico, alla maternità, fino alla menopausa. Mestruiamo per la maggior parte della nostra vita, eppure stando alle testimonianze raccolte arriviamo totalmente impreparate a quel momento e spesso rimaniamo tali fino alla fine. La menopausa? Lavorando a questo libro ci siamo tolte tante curiosità, e raccogliendo storie siamo riuscite a saperne un po’ di più anche noi. Nessuno ci aveva detto nulla in merito, prima.
Le mestruazioni interessano solo nel momento in cui diventano uno strumento di controllo del corpo e della possibile interruzione di gravidanza: qui mi riferisco a Flo, l’app nata con l’idea di aiutare a monitorare il proprio ciclo e a tenere sotto controllo i possibili rischi di una gravidanza. Sembra una cosa buona ed utile, eppure quei dati sensibili di milioni di utenti sono stati venduti a Meta (nel 2019 il Wall Street Journal lo aveva denunciato apertamente) e sono potenzialmente diventati strumentali per smascherare gli aborti avvenuti in quegli Stati americani dove la pratica è recentemente divenuta illegale. Tutto torna così alla maternità, mancata o meno. L’importante è poter procreare, sembra dire il sistema: la salute, le patologie, la conoscenza passano in secondo piano.
B. P. Questa è una bella domanda e scegliere è difficile, ma ti direi il capitolo sulla cervice. Ascoltare le testimonianze di persone che hanno subito isterectomia, ovvero la rimozione chirurgica dell’organo, è stato impattante. Tanto quanto scoprire che questo intervento per anni è stato abbondantemente praticato, anche troppo, a prescindere dalla sua effettiva inevitabilità. La chirurgia era il mezzo più usato, perché non se ne avevano altri, non si sapeva come gestire altrimenti determinate patologie e quindi si interveniva in modo definitivo. Molte persone a oggi non sanno neanche il motivo per il quale hanno subito l’intervento. Intervento che, è importante ricordarlo, porta a una menopausa precoce, nel caso in cui vengano tolte anche le ovaie, che ha delle conseguenze da non sottovalutare sulla salute. Questo apre un ragionamento obbligato sulla salute di genere e su come il corpo femminile sia stato per anni oggetto di un’attenzione molto parziale da parte della medicina, che ha invece incentrato la ricerca e lo studio principalmente a misura del corpo maschile.
Oggi in Australia si stanno sperimentando diverse cure, pur di limitare il più possibile l’intervento, e soprattutto si fa prevenzione, perché è importante ricordare che stando agli studi recenti il vaccino contro l’HPV, la cui degenerazione porta il tumore alla cervice, funziona e permette di eliminare la malattia, evitando interventi invasivi; lo dimostra anche il caso scozzese di cui pure parliamo diffusamente in UCV. Ma questo in Italia è incredibilmente meno trattato.
5) Vorrei soffermarmi ora sulla clitoride, l’ultimo tema affrontato nel vostro libro.[1] Che valore simbolico e politico attribuite oggi a questo organo, a lungo ignorato o rimosso dal discorso medico e culturale, nella costruzione del piacere, della libertà e della soggettività femminile? Possiamo dire, riprendendo Carla Lonzi, che “il sesso femminile è la clitoride”?[2]
Organo storico e simbolico, quando parliamo di clitoride non possiamo non ricordare che storica è la rimozione del suo studio, simbolico è ciò che questa rimozione racconta. La sua mappatura più dettagliata, con imaging tridimensionale moderno, è un risultato del XXI secolo; anche se varie componenti anatomiche erano note da molto prima, è solo con questi studi che l’organo è stato mostrato nella sua interezza oltre alla punta visibile: del gabbiano vedevamo solo il becco, per intendersi. Ecco allora che se un organo viene tolto dalle mappe, dalle aule, dai discorsi pubblici – se, più precisamente, nemmeno appare! –, diventa più facile togliere anche voce alle persone che lo abitano, possiedono, portano. Riscoprirlo, nominarlo, insegnarlo significa restituire spazio all’immaginario del piacere e alla soggettività di chi lo porta con sé. Anche per questo ci era profondamente cruciale parlarne nell’ottica più ampia possibile: in UCV trova grande spazio, per esempio, la sua lieta evoluzione come dicklit, trattazione che abbiamo affidato con gioia all’attivista, autore e consulente Elia Bonci nel raccontarci quel che avviene “a seguito dell’assunzione di testosterone, dell’applicazione di creme DHT o della pratica del pumping di un uomo transgender, una persona non binaria e/o intersessuale”. Il femminismo o è intersezionale o non è. E il, o la, clitoride non è affare esclusivamente femminile, anzi.
A maggior ragione, ti direi, ridurre l’intera esperienza di genere alla clitoride sarebbe un altro modo di ipersemplificare: il piacere, la libertà, l’identità sono esperienze plurali attraversate da storie, corpi, desideri e linguaggi diversi. La frase di Lonzi funziona oggi come allora solo se la leggiamo come invito a spostare il baricentro: dal corpo “per gli altri” al corpo “per sé”. E questo, per noi, è il punto politico.
D. P. Per la maggior parte abbiamo ricevuto testimonianze di sostegno e gratitudine; persone che si sono dette viste per la prima volta. Persone che hanno detto: Non sapevo dare un nome a questa cosa, prima, oppure Allora non era colpa mia, o Pazzesco vedere tutto messo in fila così. Ci sto capendo un sacco di più, oppure Quanto avrei voluto saperlo prima, leggervi prima. Questo tipo di riscontro è stato potentissimo, e ha dato misura della portata emotiva e politica del lavoro: ha dato anche, onestamente, senso al lavoro. Siamo coscienti che non risolveremo in questa vita alcun problema sistemico, da donne bianche cis e, se non benestanti, di certo privilegiate: questo non significa che ci si possa astenere dalla lotta. Anzi, semmai alza l’onere, la barra del minimo sindacale accettabile. In questo senso è stato ed è sempre prezioso poter presentare il libro, come dicevo, anche proprio accanto e di concerto a personale sanitario: penso in particolare a una straordinaria MMG della provincia di Pisa, Alessandra Pellegrini del collettivo di Medicina Transfemminista Chi si cura di te, che ha lodato il lavoro per completezza e spirito.A maggior ragione, ti direi, ridurre l’intera esperienza di genere alla clitoride sarebbe un altro modo di ipersemplificare: il piacere, la libertà, l’identità sono esperienze plurali attraversate da storie, corpi, desideri e linguaggi diversi. La frase di Lonzi funziona oggi come allora solo se la leggiamo come invito a spostare il baricentro: dal corpo “per gli altri” al corpo “per sé”. E questo, per noi, è il punto politico.
6) Passiamo ora alle reazioni del pubblico, ce ne sono state alcune che vi hanno sorpreso. Magari reazioni di critica, di rifiuto, o anche di apprezzamento, da parte del pubblico, dei professionisti medici o di chi si occupa di salute femminile?
Dall’altro lato, e sarebbe ipocrita negarlo, esiste anche una piccola quota di perplessità o resistenza; rifiuto mai, ma timore sì. Si riconduce principalmente, ci è parso, a una certa fatica nell’ammettere che le criticità non riguardano solo una serie di sfortunatissimi casi isolati, ma dinamiche sistemiche. Alcuni commenti in questo senso – qui penso più al podcast, però – riflettevano pedissequamente la paura che anche solo parlarne in questi termini potesse “spaventare le donne”, cito testualmente, o comunque screditare l’intera categoria sanitaria: ecco, per noi è stato importante ribadire che non stiamo facendo un processo alle intenzioni ma anzi lavorando a stretto contatto con mediche, ostetriche, professioniste d’ogni tipo proprio per cercare di lavorare dal lato della soluzione, non della fazione (e basta ascoltare A Gambe Larghe per accorgersene: ogni puntata si chiude appunto con un intervento qualificatissimo in questo senso, grazie al lavoro gigantesco delle volontarie della Consultoria Transfemminista FAM); inoltre, è fondamentale sottolineare che strutture, linguaggi, abitudini possono generare danno anche in assenza di violenza intenzionale, e in questo senso i collettivi appena citati sono esempi preclari del fatto che la categoria intera è più che consapevole del problema. E operosa.
La sorpresa più grande, infatti, è arrivata proprio dal mondo sanitario: moltissime professioniste e moltissimi professionisti ci hanno contattato per ringraziare. Ginecologhe, psicologhe, ma anche medici che non si occupano strettamente di salute riproduttiva eppure si sono ritrovatə a non dar più per scontato ciò che tale non è: persone che dunque hanno riconosciuto nei racconti del podcast prima, e nel saggio poi, spigolature che vivono tutti i giorni e che vorrebbero poter affrontare con più strumenti, tempo, formazione, risorse.
Forse, a voler tirare le somme, la reazione più frequente e anche più confortante, perché trasversale, è stata: Finalmente si può parlare di questo senza urlare. Ed è esattamente quello che speravamo: aprire uno spazio condiviso non per cercare colpevoli, ma per capire meglio e predisporci, insieme, a evolvere.
B. P. Le nostre menti sono sempre in attività. Le battaglie sono tante e siamo coscienti che moltissime ancora neanche le conosciamo, dall’alto del nostro privilegio. Senz’altro crediamo molto nell’importanza della scrittura, come mezzo utile a smuovere qualcosa, a sensibilizzare, a fare anche solo piccole onde in contesti sistemici. E crediamo molto in questo genere di battaglie, che portiamo entrambe avanti da anni, in modi diversi, ma affini. Probabilmente, come ci hanno detto in tante presentazioni, servirebbe un UCV 2, un UCV 3, o anche 4. Una serie ancora lunga, perché quando un organo viene silenziato perché così tanti anni poi ne ha di cose da raccontare. E, ripeto, moltissime non le immaginiamo neanche. Riprendere la ricerca, esplorare e capire ci emoziona moltissimo, come è accaduto per questo saggio. Un’idea di progetto per il futuro, naturalmente, c’è, ma ancora presto per parlarne. Abbiamo bisogno di tempo e di vedere ancora dove UCV arriverà e ci porterà. Il dialogo, la condivisione, è appena iniziata.La sorpresa più grande, infatti, è arrivata proprio dal mondo sanitario: moltissime professioniste e moltissimi professionisti ci hanno contattato per ringraziare. Ginecologhe, psicologhe, ma anche medici che non si occupano strettamente di salute riproduttiva eppure si sono ritrovatə a non dar più per scontato ciò che tale non è: persone che dunque hanno riconosciuto nei racconti del podcast prima, e nel saggio poi, spigolature che vivono tutti i giorni e che vorrebbero poter affrontare con più strumenti, tempo, formazione, risorse.
Forse, a voler tirare le somme, la reazione più frequente e anche più confortante, perché trasversale, è stata: Finalmente si può parlare di questo senza urlare. Ed è esattamente quello che speravamo: aprire uno spazio condiviso non per cercare colpevoli, ma per capire meglio e predisporci, insieme, a evolvere.
7) Ci sono, invece, temi riguardanti il “campo corpo di battaglia di chi nasce con l’utero in dotazione”, come lo avete chiamato voi, che, secondo voi, meritano ancora più spazio o che pensate di esplorare in prossimi progetti?
8) Infine, cosa desiderate per le nuove generazioni, e per tutte le persone che oggi stanno imparando, forse per la prima volta, a conoscere e ad abitare consapevolmente il proprio corpo?
E poi ci auguriamo che chi impara ad abitare il proprio corpo oggi trovi un supporto reale, concreto ed empatico nel personale sanitario. Personale che deve essere una guida in grado di spiegare e di ascoltare tutti i disturbi, o dubbi, senza giudizio. E senza violenza, che spesso è la stessa cosa.
[1] Uso il femminile seguendo la riflessione di Jennifer Guerra nella Prefazione a Catherine Malabou (2022) Il piacere rimosso. Clitoride e pensiero, Mimesis.
[2] Carla Lonzi (2023) Sputiamo su Hegel e altri scritti, a cura di Annarosa Buttarelli, La tartaruga, Milano.
