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Relazioni e controllo emotivo: quando star male diventa un modo per non restare soli

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Relazioni e controllo emotivo: quando star male diventa un modo per non restare soli

FiloTabù - Libertà di parlare, coraggio di svelare
Pubblicato da Jenny Samarati in Psicodatura · Martedì 29 Set 2026 · Tempo di lettura 8 minuti
Tags: relazioni, controllo, emotivo, star, male, solitudine, benessere, emotivo, psicologia, relazioni, interpersonali, salute, mentale
“Cogito ergo sum o cogitor ergo sum?”
Questo il titolo del primo tema che scrissi al liceo. Dal latino: “Penso dunque sono o sono pensato dunque sono?”.
Ho cercato e cercato e cercato quel testo, per capire se e come la mia risposta alla domanda fosse cambiata. Purtroppo, mi ritrovo con le mani vuote e solo qualche sfumato ricordo. Tra la dozzina di tracce proposte dalla professoressa di Italiano, questa mi colpì subito: fui una delle poche a sceglierla, e per tale motivo venni bonariamente presa in giro. Ancora non so dire perché mi attrasse così, ma sicuramente è rimasta nella mia testa e, ogni tanto, torno a fare i conti con questa domanda. L’ultima volta è stata qualche tempo fa: uno psichiatra mi fece riflettere su quanto mi impegni per penetrare irrimediabilmente nelle menti e nei cuori degli altri. Ma non donandogli sorrisi, bensì affogandoli nella paura che mi faccia del male, nel timore di perdermi. Cerco dagli altri preoccupazione perché mi sembra l’unico modo per tenermeli accanto. So che non funziona così, ne ho avuto più volte la prova. Ma ormai quel “cogito ergo sum” non ha più valore a confronto del “cogito ergo sum”. Sembra che la realtà sia esclusivamente ciò che c’è nelle altrui teste, e mai nella mia. Questo mi porta ad aver bisogno di costanti conferme, di presenza e presenza e presenza. Bella cosa se questo accade nella mente di una persona con Disturbo di Personalità Borderline, che teme quasi per definizione l’abbandono. Ma oggi non è di questo che voglio parlare. Desidero capire come voglio vivere, come voglio essere ricordata, se con amore o con terrore. E poiché è una riflessione che penso possa coinvolgere anche altri e altre, ci tengo a metterla nero su bianco e a pubblicarla qui, per quanto personale sia, affinché un altro pezzettino dei tabù legati alla malattia mentale venga, se non sradicato, almeno potato. Questo forse non è un tabù imposto dalla società, bensì da coloro che sperimentano il vissuto descritto sopra. Perché è imbarazzante, vergognoso, fa sentire in colpa ammettere di avere così tanta paura che l’altro se ne vada da preferire di farsi del male per essere soccorsi o ricordati. Non è un gran bel biglietto da visita insomma.

Perciò, cominciamo.
Ho iniziato a definire me stessa sulla base di ciò che gli altri dicevano quando ero bambina, quando, come già detto in un precedente articolo, venivo presa in giro per il mio modo di vestire, i miei lunghi capelli e, soprattutto, il mio amore per gli altri animali. Quest’ultima era l’etichetta che portavo con più orgoglio, ma col tempo diventò una gabbia. Ero la “paladina degli animali”, quindi i miei compagni si divertivano ad ucciderli davanti a me per mettermi alla prova e vedere come avrei reagito. Spoiler: quasi sempre scoppiavo a piangere. Ma la nota subdola iniziò alle medie, quando i coetanei cominciarono a fare sul serio con le prese in giro e se ne accorsero tutti, genitori e professori. In assenza dei secondi, non credo sarei riuscita a concludere la terza media senza chiedere di cambiare scuola. Stavo male, malissimo, è vero, ma avevo il terrore che gli unici che mi stavano porgendo la mano se lo dimenticassero e mi abbandonassero. Avevo paura di stare bene perché pensavo che il loro affetto e la loro stima fossero dovuti alle mie lacrime, al mio dolore, e non alla mia persona. Quindi, piangevo. Piangevo tanto. Un attimo: flashback. La storia inizia in realtà molto prima. Recupero subito. Da che ho memoria mia madre non è mai stata particolarmente affettuosa e dispensatrice di abbracci. Avevo le mie strategie per tenerla legata a me, ma una in particolare era da vera manipolatrice, se così vogliamo dire: con la mia vicina di casa ci tingevamo le mani di rosso, con il succo dei ribes o la china nei periodi più fortunati, ci bagnavamo gli occhi e poi F., la mia amica appunto, iniziava a piangere forte, in un modo terribilmente realistico. Mamma e nonna accorrevano subito, e subito si accorgevano della falsità di quel pianto e di quelle ferite, ma noi avevamo ottenuto ciò che desideravamo: cinque minuti di attenzione. E la loro preoccupazione. Eravamo di nuovo piccole, vulnerabili, da difendere. Da curare. Riprendo da dove mi sono interrotta: terminate le scuole medie, sbarcai nel mondo del liceo. Anche lì per un po’ la strategia fu il pianto, ma poi iniziai a dimagrire e allora non servì più mostrare le mie emozioni, era sufficiente il mio corpo. Quanta gioia in quegli apprensivi: “Sei troppo magra”, e quanta ansia da prestazione. Non mangiavo per studiare, studiavo per piacere ai professori. Per essere, ancora e ancora, un bel ricordo nella loro testa. Ma ero allo stesso tempo una pessima memoria, una presenza dolorosamente ingombrante. Fonte di preoccupazione.

Ricordo tutte le volte in cui mi è stato detto che ero bella e mi sono sentita tale. E ricordo tutte le volte in cui mi è stato detto che ero brutta e mi sono sentita tale. Ricordo quando mi è stato detto che ero intelligente, orgogliosa, estroversa o troppo timida, troppo sensibile, troppo troppo troppo. In negativo e in positivo. Per la maggior parte della vita ho vissuto solo nelle scatole craniche degli altri intorno a me. E sto continuando a farlo. Voglio esistere nella mente dei miei curanti, anche fuori orario. Non pretendo risposte, ma sono affamata di pensieri. Le orecchie non mi fischiano mai, però. E so che è giusto loro lascino il posto a sé stessi e ai propri cari, una volta terminato il lavoro. È ciò che desidero per loro, che riescano a “staccare” davvero. Eppure eppure... mi rendo conto di esserlo ancora, un po’ manipolatrice. Non più volontariamente, questo devo concedermelo, ma ogni tanto i comportamenti del passato, quelli con i quali ho imparato a farmi amare – o almeno così credevo –, tornano a bussare alla porta del cuore. E allora divento la personificazione della mia diagnosi: una manipolatrice egocentrica che crede di poter, con la sua onnipotenza, controllare gli altri come fossero burattini. È una versione di me che detesto. Ma è la versione di me che più spesso mi viene restituita quando vado in Pronto Soccorso o vengo ricoverata, soprattutto da parte di due psichiatri, uno dei quali è proprio colui che ha attivato questa riflessione.

A volte penso che dovrei soltanto perdonarmi, perché so di non essere manipolatrice apposta... e forse così potrei riuscire a smettere di esserlo involontariamente: se mi amassi, non avrei tanto bisogno delle conferme altrui, credo. Ma sono circondata da così poche persone che non posso permettermi di perderne qualcuna lasciando andare la presa. Eppure, due delle persone più importanti le ho perse proprio a causa del mio dolore e di ciò che mi ha portata a fare.
Sia ben chiaro, non voglio addossare tutta la colpa alla malattia: ci sono tratti caratteriali che non dipendono da quest’ultima. Ma quando il disturbo riguarda proprio la personalità, ecco che la linea di confine diventa davvero sottile. E diventa pericolosissimo muoversi, perché cadere sembra non essere contemplato in questa società, nemmeno se si cammina con le stampelle. Pericolosissimo e frustrante, perché un giorno puoi svegliarti ed essere valutata – sì, valutata – abbastanza sofferente per non sbrigare le faccende domestiche, e il giorno dopo essere considerata una pigra figlia di papà. Tutto dipende da chi incontri, dalla testa di chi incontri, da quella “r” dopo “cogito”, e non da chi sei realmente. Perché, chi sei, non lo sai nemmeno tu.

Ecco, l’ho detto! L’ho scritto e lo rileggerò. Ancora e ancora. Finché non mi sarà un pochino più chiaro chi sono. Non so se la paura di essere considerata troppo poco “grave” se ne andrà con la volontà e il passare del tempo... ma per ora trovo sufficiente aver ammesso questo limite. Questa paura del pensare la vita. Forse, un giorno, non avrò più bisogno di decine di menti per ricordarmi di quanto la mia, se non invasa da pensieri intrusivi e svalutanti, possa lavorare bene. Forse un giorno saranno davvero gli occhi, come si dice, lo specchio dell’anima. Ma i miei, di occhi. Soltanto
i miei. Concludendo, voglio essere ricordata con amore, ma prima di tutto voglio semplicemente essere.

A ben pensarci, ho scritto un mucchio di parole e mi sento viva. Forse, un pochino, se “cogito”, “sum”. Termino con un inizio.


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