Sapere-Bene
Pubblicato da Antonino Zaffiro in Articoli · Domenica 07 Set 2025 · 9 minuti
Tags: Sapere, Bene, knowledge, wisdom, personal, growth, philosophy, self, improvement, mindfulness, learning, well, being
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Restio a
scrivere come non mai, accolsi ugualmente una richiesta: qual è il posto del
sapere in materia di psiche? La persona che mi pone questa scomodissima domanda
– e che ringrazio, non senza ironia – è persona troppo arguta per non sapere
che la sua domanda non mira affatto alla costruzione delle nozioni, cosa di cui
si occupano i pedagogisti, ma al cuore stesso degli esseri umani. Qual è, però,
questo cuore? Escludiamo l’organo, dominio dei medici, ed escludiamo pure
l’amor lirico, dominio dei poeti e dei loro affini, ma non sottraiamoci alla
domanda. È di ciò che fa soffrire, che qui si tratta, di quella penosa
sensazione di essere mancanti, su cui tanto l’amore quanto le passioni (liebe
unt arbeit, diceva Freud), facendo apparire un al di là di felicità invece
di un al di qua indefinibile, calano il più pietoso dei veli.
Una volta che so
cosa mi manca – potremmo dire – il discorso si chiude, basta ottenerlo! Peccato
che le cose non stiano così. Senza addentrarci nelle scaramucce fra innamorati,
vespaio sin troppo comune, proviamo a vederla un pochino più dall’alto. Ebbene,
non esiste persona che si dichiari felice, senza al contempo trasudare menzogna
da ogni singolo poro. È una cosa di cui ci ammonisce chiaramente Lacan (1956), ma
basta ascoltare con attenzione i detti di queste persone, per accorgersene.
Basta far caso alla logica che li sottende, senza farsi menare per il naso
dalle suggestioni. Attenzione, però, a far cadere questa convinzione, poiché non
tutti continuano a fare come i bambini, che si battono ritmicamente le mani
sulle orecchie, urlando BAA, BAA, e le reazioni aggressive sono sempre dietro
l’angolo.
Se quella
felicità che non accetta di essere messa alla prova della logica è fin troppo
mendace, infatti, questo non significa che sia pure inefficace per chi la vive,
e che diritto abbiamo noi di smontarla? Sarebbe un gesto non solo poco
elegante, ma soprattutto, che dimostra invidia. Forse è più opportuno, allora,
fare come insegnava Virgilio a Dante: una volta visto – perché fin qui non è
peccato –, passare oltre, poiché la vera ignavia altro non è che l’aspetto etico
dell’ignoranza. Anche volerne sapere troppo valse peccato, ma forse, a ben
vedere, la radice di quel peccato fu più il credersi eticamente esenti da quel
sapere, come se la cosa non ci riguardasse, fu il mettere l’episteme al posto
del daimon, o se vogliamo, fu il ridurre l’eros a quella manualistica che, in
realtà, non fa che strizzare sistematicamente l’occhio a De Sade. Ecco, forse,
per quale motivo all’inferno troviamo Ulisse, ma non troviamo Edipo.
Torniamo un
attimo sull’invidia: se si invidia il godente ignaro, altra faccia di Dio, non
è forse perché non si è fatto abbastanza pace con la propria mancanza? È vero pure,
però, che intraprendere la via del sapere su di essa non è come fare una gita
al parco, e nessuno è obbligato a vivere quell’ateismo che non coincide con il
becero: “Non esiste”.
Come possiamo
chiamare, più nello specifico, questa mancanza? Abbiamo capito che non riguarda
cose domandabili. Come diceva Massimo Cavezzali – Prova a rifare quello che
ti ha reso felice, con chi ti ha reso felice, e dove ti ha reso felice. Dopo,
prendi da parte la felicità, e facci due chiacchiere. Non solo, perché
questa sensazione prende pure a livello del corpo, ma per quanto la biologia
abbia senz’altro la sua voce in capitolo, non è di bisogni fisici che si tratta.
Da un lato, quindi, c’è il bisogno, che ci mette con un piede ben saldo
nell’organico, ma dall’altro c’è il domandabile, che ci fa tenere l’altro piede
nel linguaggio. Da un lato abbiamo un corpo che non ci fa problema solo finché
sta muto, e che, quando si fa sentire, non parla, ma al massimo ansima – quando
il corpo inizia a parlare letteralmente, allora siamo nel campo della
schizofrenia. Dall’altro abbiamo un linguaggio, che pure quando crede di dire
qualcosa di umanamente vero, che non significa fattualmente falso, ecco
perché si può delirare dicendo il vero, in realtà discute solo di massimi
sistemi, che, per di più, non ci riguardano mai direttamente.
Per inciso, ecco
pure perché l’ateismo non è umanamente possibile, ma solo eticamente
praticabile: poiché l’atto di porre Dio è consustanziale al linguaggio, e non
c’è Dio che in opposizione a un corpo che si reputa vivente.
Nel campo
stagliato da questa divaricazione, l’essere umano sta in equilibrio, ma questi
due posti, dove tutti noi teniamo i piedi, hanno pure vita autonoma, e il
terreno è molto scivoloso, pieno di ostacoli e imprevisti. Se quello umano,
insomma, è un campo che non sta fermo, ma vibra costantemente in maniera
caotica, non è più comodo prendere ciò che ci assicura il lieto fine? Una
radice di mandragora, un elisir d’amore, un manuale su come si fa, e che porti in
copertina ben chiara la dicitura evidence-based! Se siamo attenti,
troveremo una pace che strizza l’occhio alla morte, e se non funziona, dopotutto,
la responsabilità sarà sua, mica mia, ecco il trucco!
Alla fine dei
giochi, la responsabilità viene sempre rigettata fuori, e il soggetto resta
immune: Ho un disturbo di tipo narcisistico, evitante, ADHD, autistico
(per inciso, questi ultimi due termini indicano tutt’altra cosa rispetto alla
marea di diagnosi che viene così spesso propinata oggigiorno, soprattutto a
giovani fanciulle), ecc., e solo per fare una rapida carrellata dei termini più
in voga al momento. Ma questo gioco non lo fa già ogni tossico che si rispetti,
e con maggior savoir faire? Ogni tossico vuole il suo spacciatore, e la
sua dose quotidiana, che lo liberino dal male della propria questione. È un
sistema che si tiene in equilibrio come su una bilancia a tre piatti: tossico,
spacciatore, sostanza, e non è un caso che qui si parli di equilibrio, e non di
gravitazione, che fra tre corpi è notoriamente caotica.
Esattamente come
un tossico, molta gente vuole qualcuno che spacci la droga del Non sei
responsabile. Lo spacciatore si fregia del possesso di una sostanza.
L’esperto si fregia del possesso di un sapere, ed esattamente come lo
spacciatore, lo vende un tot alla volta. Come ogni tossico, ci sono persone che
fanno di tutto per trovare i soldi per comprare quel sapere, che lasciandoli
immuni (dato che il colpevole è sempre l’Altro), non li riguarda nemmeno. A
volte possono piangere, certo, ma come si piange davanti a un film: dopo si torna
a casa, e la mattina seguente si riprende tutto come al solito. È cambiata la
vernice, ma non le pareti su cui si continua a sbattere.
Insomma, veniamo
al dunque, ho scritto già troppo, e molto di più di quanto mi era stato
richiesto. Chi è che sa, se nemmeno io so? Intanto, bisogna volerne sapere,
perché, se stiamo attenti, ci possiamo accorgere che qualche indizio c’è.
Qualche indizio questo sapere lo lascia, a patto di non relegarlo
automaticamente al rango di errore, o di incidente di percorso. Prendiamo i
sogni: qualcosa viene prodotto dentro la nostra testa, senza alcun contatto con
il mondo esterno! Si tratta di normale attività elettrica dell’organo detto cervello?
Certo, ma se ci fermiamo al livello neurologico della faccenda, allora non
vogliamo sapere nulla che ci riguardi come soggetti. Se vogliamo saperne, invece,
dobbiamo partire dal presupposto che si tratta di qualcosa che va interpretato.
Andiamo allora a prendere il vocabolario dei sogni, o la smorfia napoletana, o addirittura
ci rechiamo da qualcuno che ce li traduca, magari online, non sia mai che
l’incontro a tu per tu si riveli troppo coinvolgente? Stiamo barando, perché
tutto ciò che otterremo non uscirà dalla testa che ha prodotto il sogno, ma da
un’altra. Eppure, un interlocutore è necessario. Come se ne esce?
Socrate – primo
psicoanalista secondo Lacan (1960) – non aggiungeva nulla a quello che gli
veniva detto, perché era ben consapevole di non possedere affatto quel sapere
che l’altro gli supponeva – ecco la tentazione massima, ecco il diavolo che si
nasconde sotto le spoglie del sofferente. Non per questo, però, si asteneva dal
mettere in questione la logica del discorso che gli veniva proposto. Quanto
frustrante doveva essere rivolgersi a lui, scoprirsi, tramite quell’incontro,
non padroni del proprio dire! Se la mancanza non è dunque colmabile da ciò che
mi si prospetta davanti, neppure se sono io stesso a prospettare le cose, se insomma
mi spinge alle spalle, e refrattaria a qualsiasi ideale, mi fa lo sgambetto
pure quando dormo, presentandosi ambigua nei miei sogni, da interpretare, a che
pro cimentarsi in questa impresa? Proviamo a chiamarla ευδαιμονία, che non è Legge del Capriccio
(questa la lasciamo volentieri ai perversi), ma assunzione di responsabilità
sul proprio desiderio, e vediamo dove porta. Non è questo, forse, il modo più
autentico di aprirsi al proprio destino?
