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Status quo e l’emotività

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Status quo e l’emotività

FiloTabù - Libertà di parlare, coraggio di svelare
Pubblicato da Lucia Li in Il filo di Minotauro · Lunedì 24 Ago 2026 · Tempo di lettura 5 minuti
Tags: statusquoemotivitàcambiamentopsicologiaemozionisociologiadinamichesocialicomportamentoumano
Questo testo nasce da un periodo accumulato di rancore, incomprensioni e forte stress. Ma non mi lagnerò qui, perché mi sono già sfogata altrove (un sincero ringraziamento va a mia mamma, la mia filosofa preferita).

Come si evince dal titolo, volevo analizzare come lo status quo annienti la nostra naturale capacità di esperire, elicitare ed esplicitare la nostra emotività. Scusate i giochi di parole, ma volevo giocare un pochino, appunto.
La costrizione al lavoro pure a Ferragosto (ah sì a gratis), unita ai 60 euro sottratti dalla caparra dall’ex proprietaria di casa, mi ha spinta a ragionare sui meccanismi psicologici (reinterpretando sotto l’angolatura socio-politica) dell’approfittarsi e dello sfruttamento.

Parto direttamente dal punto che mi ha maggiormente pungolato: ho continuato a scrivere nella chat della mia associazione sull’iniziativa di promuovere sistematicamente una formazione interna affinché le persone possano interpretare in maniera cosciente le condizioni socio-economiche da cui provengono, e formulare un proprio pensiero autonomamente, svincolandosi dai preconcetti che non sono altro che valori naturalizzati dalle classi dominanti.

Dopo vari tentativi di comunicazione docile e collaborativa con il consiglio direttivo, o ricevevo il silenzio totale o la solita risposta neo-liberista (nauseante): “Ce la si può fare! Ognuno di voi con la vostra consapevolezza stimola l’altro!”

E grazie al fallo, per non dire altro.

Il mio discorso però, agli occhi dei neo-liberisti, sono solo riflessioni personali, se non quando verranno masticate dalla bocca di un ricercatore universitario, e a quel punto si trasformeranno magicamente da capricci individuali in fonti autorevoli. Penso che sia stato questo il fattore a causarmi la frustrazione mentale e profonda delusione, lasciandomi
vacillare in mezzo a insicurezze per le mie competenze (però nel frattempo, il lavoro lo facevo io).

Insomma, ero assalita dalla collera lasciando ampio spazio alla mia emotività; e a tal proposito sono stata “avvertita” privatamente accusandomi di usare toni troppo duri.

Non nego che sono stata stuzzicata da tale espressione, perché fondamentalmente sono stata zittita senza avere nessun riscontro concreto in cambio. Ma questa espressione è stata proprio la chiave che poi mi ha sbloccato dal logorio per la caduta, purtroppo, della certezza in cui credevo con tutta la mia anima.

Credevo che mi trovassi con persone che fossero allineate con me, le mie idee, e le mie emozioni. Invece non lo era per niente, sentivo questa discrepanza in primis a livello sentimentale, perché non mi sentivo mai totalmente vista.

Recitavo un ruolo: colei che esegue, propone, guida e che però non ha nessun potere decisionale effettivo.

Vigeva difatti la volontà di ignorare appositamente le differenze riguardanti l’ingiustizia sociale che trovano il loro fulcro centrale attorno a razza, genere e classe.

“L’oppressione delle minoranze culturali da parte di una versione bianca, borghese e maschile della verità deriva in parte dalla mentalità prepotente dell’obiettività. Una volta che l’oggettività ha a disposizione i fatti, non è richiesto alcun ascolto e non sono necessari altri punti di vista. I fatti, dopotutto, sono i fatti. Non resta che rendere gli altri conformi alla verità oggettiva.”

Bell Hooks riporta il pensiero di Parker in Insegnare Comunità, dove fa un appunto alla natura oppressiva dell’obiettività, in cui sussiste solo il dominio, e “dove c’è il dominio, non c’è il posto per l’amore”.
Bell Hooks scrive ancora: “Nella nozione di obiettività è incorporato il presupposto che più siamo distanti da qualcosa, più lo guardiamo in maniera neutra. Anche se non sempre è così, è un modo di considerare la conoscenza che continua a dominare le menti dei professori, che temono di avvicinarsi troppo agli studenti, e gli uni alle altre.

Ho provato esattamente la stessa sensazione quando provai a contestare le dinamiche neo-liberiste che favoreggiano lo sviluppo del Consiglio Direttivo, facendo gioco del tokenismo, dove lo status quo rimane invariato, anzi risultando ancora più difficile da scalfire.
Esiste già una teoria predominante, e a me spetta solo conformarvi. Non posso provare sentimenti forti come l’indignazione, il disgusto, l’insofferenza, davanti all’implacabile e condivisa “verità assoluta”.
I miei termini erano troppo duri, perché non amplificavano la loro predica. I miei termini erano troppo duri, perché ciò che viola l’obiettività predominante non è degno di entrare in relazione uno a uno. I miei termini erano troppo duri perché, sin dall’inizio, mi ero illusa di condividere il loro potere.

Non ho mai avuto questo potere, e me ne sono accorta solo attraverso la mia emotività. Ho provato paura nell’espormi in maniera schietta, ma la mia sofferenza per l’impotenza di agire si era fatta impellente. Non potevo più far finta di nulla.

Accetto, seppur con profonda amarezza, che non tutte le persone desiderino l’autonomia, e che a volte si preferisce stroncare l’emotività per assicurarsi il pieno controllo di Sé, e mai andarci oltre, perché là fuori è ancora tutto da conoscere.

Credo che la paura spesso sia il primo segnale di ritornare a rivivere e a sentire profondamente la vita.
Concludo col dire che ogni convulsione dell'anima è la crepa dello status quo.

P.S. Ho detto che vado a vomitare a casa di chi pronuncia una roba classista, in effetti, è un po’ cringe. Però tenete conto che ho visto i miei valori marcire con le larve deposte sopra, quindi il vomito è conseguenza della nausea, la quale a sua volta del disgusto, e dunque dell’emotività.
Ciò che mi spinge a scrivere è sempre stato il desiderio incontenibile di sperimentare liberamente le mie emozioni; l’argomentazione per me è il mezzo per “metterle in ordine”.




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