Tabù e città digitale
Pubblicato da Ilaria Iacconi Iambrenghi in Atlante dei tabù urbani · Venerdì 06 Feb 2026 · 3 minuti
Tags: tabù, città, digitale, tecnologia, cultura, digitale, innovazione, società, internet, comunicazione, privacy, social, media
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La smart city è diventata uno degli slogan più potenti della
politica urbana contemporanea. Nei rendering e nelle fiere di settore,
l’aggettivo “intelligente” accompagna ogni progetto: mobilità smart, energia
smart, quartieri smart. Ma dietro questa retorica si nasconde un tabù: il
digitale non è neutro. La sua intelligenza è un dispositivo di potere che non
viene quasi mai nominato. La smartness funziona innanzitutto come
linguaggio di marketing. Parlare di città intelligenti significa produrre
immagini appetibili, capaci di attrarre investimenti e visibilità.
L’innovazione tecnologica diventa promessa di futuro più che trasformazione
reale, un’estetica che rende vendibili progetti pensati secondo logiche
immobiliari ed economiche più che sociali. La tecnologia smette di essere
strumento e diventa marchio.
C’è poi la dimensione della sicurezza. La retorica della
smart city si intreccia con quella della sorveglianza: telecamere diffuse,
sensori predittivi, algoritmi che mappano rischi e movimenti. La città
intelligente viene presentata come città sicura, ma questa sicurezza si paga
con l’espansione di dispositivi di controllo invisibili. La smart city rischia
così di trasformarsi in una security city, in cui la protezione promessa
giustifica nuove forme di sorveglianza normalizzata. Infine, la smartness è anche
logica estrattiva. Ogni movimento, ogni interazione, ogni consumo diventa dato
da raccogliere, elaborare, monetizzare. Shoshana Zuboff lo definisce
“capitalismo di sorveglianza”: un sistema che «riduce a merce i comportamenti
umani, consentendo arricchimenti straordinari di pochi singoli attraverso il
loro commercio». La produzione quotidiana di dati diventa così una nuova forma
di sfruttamento, che trasforma i cittadini in risorse da estrarre. Non si
tratta soltanto di connettersi o meno, ma di vivere in un ambiente urbano in
cui ogni gesto è tracciato e convertito in valore. È qui che la promessa della
smart city rivela il suo lato oscuro: non inclusione, ma estrazione. I
cittadini non sono più solo abitanti, ma produttori involontari di informazioni
che alimentano economie opache. Baudrillard aveva già previsto questa
deriva, descrivendo il passaggio dal dato come strumento conoscitivo al dato
come merce, simulacro, feticcio: ciò che conta non è più la realtà che il dato
rappresenta, ma il valore che genera nel mercato simbolico e finanziario. Il
tabù digitale sta proprio nel non nominare questi effetti. La città
intelligente viene celebrata come soluzione, ma non si parla della solitudine
amplificata dagli schermi, dell’esclusione di chi non può o non sa connettersi,
delle nuove disuguaglianze che emergono quando la cittadinanza diventa
dipendente da password, codici QR e riconoscimenti biometrici. Viviamo ormai in
un’epoca in cui dal momento stesso in cui nasciamo diventiamo produttori di
dati: ogni nostro movimento nello spazio lascia tracce digitali, con le quali
veniamo identificati e classificati. È l’era del sé spazialmente quantificato,
in cui la città diventa un enorme laboratorio di registrazione e sorveglianza.
Una città digitale giusta non è quella che accumula sensori
e piattaforme, ma quella che riconosce che il digital è una questione politica,
non tecnica. Significa garantire accesso universale e gratuito alle reti,
investire nell’alfabetizzazione digitale, creare alternative pubbliche alle
infrastrutture private. Significa soprattutto non trasformare la tecnologia in
obbligo, ma in possibilità. Perché non è l’intelligenza artificiale a rendere
la città inclusiva, ma la capacità di restare umani nelle connessioni che ci
tengono insieme.
