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Tabù e città femminista

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Tabù e città femminista

FiloTabù - Libertà di parlare, coraggio di svelare
Pubblicato da Ilaria Iacconi Iambrenghi in Atlante dei tabù urbani · Mercoledì 24 Set 2025 · Tempo di lettura 4 minuti
Tags: tabùcittàfemministacorpofemminilespaziourbanoprogettazionemarginalepresenzafemminile
Tra i tabù che abitano la città, quello che riguarda il corpo femminile è forse il più persistente. Non perché le donne non ci siano, ma perché la loro presenza nello spazio urbano è stata a lungo considerata marginale, accidentale, non degna di una progettazione specifica. La città moderna si è costruita come spazio maschile, un territorio in cui la figura di riferimento era l’uomo adulto, produttivo, in salute. I corpi femminili sono stati rimossi, silenziati, relegati nelle pieghe della vita domestica o rappresentati solo attraverso ruoli funzionali. Parlare di città femminista significa allora affrontare il tabù di questa rimozione, e insieme quello della violenza che l’accompagna.

Perché la violenza, in città, non è soltanto l’aggressione fisica o l’episodio eccezionale. È anche il modo in cui lo spazio genera paura, costringe a evitare luoghi, strade, orari. Leslie Kern ricorda che «safety is not just about policing or surveillance; it’s about the right to live in the city without fear». Eppure, il diritto a non avere paura è stato escluso dal progetto urbano, come se non fosse materia d’architettura. Così, la notte diventa un tabù femminile: un tempo che appartiene agli uomini, mentre le donne imparano strategie di autoprotezione, scorciatoie, telefoni stretti in mano, chiavi tra le dita. La città non ha voluto nominare questa paura, e proprio per questo l’ha resa strutturale.

Ma non c’è solo la questione della violenza. C’è anche l’assenza di servizi e spazi che rispondano ai tempi non lineari della vita femminile. Dolores Hayden già negli anni Ottanta denunciava che «the design of the city has perpetuated the division between public production and private reproduction, rendering women’s work invisible». La città maschile ha previsto tragitti casa–lavoro, ma non i percorsi frammentati di chi accompagna i figli a scuola, passa dal supermercato, assiste un genitore anziano, lavora part-time o fa più lavori contemporaneamente. La pianificazione ha ignorato la cura, come se non fosse un fatto urbano. Ha ignorato le madri, ma anche le donne senza figli, i loro bisogni di autonomia, di tempo libero, di socialità. Ha ignorato le donne migranti, spesso relegate a spazi abitativi marginali, e le donne razzializzate, che conoscono la città come luogo di sorveglianza e sospetto. Ha ignorato le donne anziane, costrette in quartieri privi di accessibilità, e le giovani, per cui lo spazio pubblico è insieme promessa e minaccia.

La città femminista non è una città “per le donne” intese come categoria unica e astratta. È una città che prende sul serio la pluralità dei corpi e delle vite, e che riconosce come tabù l’idea stessa di neutralità. Come ha sottolineato Ana Falú nei suoi studi, la violenza urbana è a tutti gli effetti una forma di esclusione: non riguarda soltanto la sicurezza individuale, ma la possibilità stessa di accedere e abitare lo spazio pubblico. Nominare questa violenza significa svelare che lo spazio non è innocente, che anche il marciapiede, la fermata del tram, l’illuminazione di una piazza sono scelte politiche che stabiliscono chi può esserci e chi no.

Affrontare questo tabù non vuol dire limitarsi a correggere disfunzioni. Vuol dire riscrivere le priorità stesse del progetto. Significa pensare alla sicurezza non come sorveglianza, ma come libertà di movimento. Significa fare della cura una questione infrastrutturale, non privata. Significa costruire luoghi dove la differenza non venga relegata all’invisibilità, ma trovi spazio per trasformarsi in diritto. In questo senso, la città femminista non è un modello concluso: è una pratica di disvelamento, un continuo lavoro di scavo nei silenzi, nelle omissioni, nei tabù che ancora abitano lo spazio urbano.


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