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Tabù e città generazionale

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Tabù e città generazionale

FiloTabù - Libertà di parlare, coraggio di svelare
Pubblicato da Ilaria Iacconi Iambrenghi in Atlante dei tabù urbani · Sabato 10 Gen 2026 · Tempo di lettura 4 minuti
Tags: tabùcittàgenerazionaleculturasocietàgiovanirelazionicambiamentovalorisfide
La città non è costruita solo per chi la abita oggi, ma anche per chi l’ha abitata e per chi la abiterà. Eppure, quando si guarda alla vita quotidiana di bambini, adolescenti e anziani, emerge un paradosso: le età della vita che più dipendono dalla città vengono sistematicamente marginalizzate. È questo il tabù generazionale, l’invecchiamento e la crescita trattati come questioni private, quasi estranee al progetto urbano.

Per gli anziani, lo spazio pubblico offre sempre meno occasioni di incontro. Le panchine scompaiono dai marciapiedi, i centri di quartiere chiudono o sopravvivono con risorse minime, le piazze diventano luoghi di passaggio più che di relazione. In questa assenza la vecchiaia rischia di trasformarsi in isolamento domestico, riducendo l’invecchiamento a un’esperienza silenziosa e invisibile. Una città che cancella la vecchiaia cancella anche la propria memoria, priva sé stessa di radici e continuità.

Per bambini e adolescenti la situazione non è diversa. I più piccoli vengono confinati in aree gioco recintate e standardizzate, mentre gran parte della città rimane inaccessibile o pericolosa. Gli adolescenti hanno ancor meno: esclusi dai giochi e non ancora integrati nei luoghi del lavoro o del consumo, occupano spazi di margine come stazioni, centri commerciali e piazze, dove la loro presenza è spesso percepita come disturbo. L’UNICEF ricorda con la Child Friendly Cities Initiative che il diritto al gioco e allo spazio non è un dettaglio, ma una condizione fondamentale della cittadinanza urbana. Eppure la pianificazione continua a ignorarlo, trattando bambini e ragazzi come utenti temporanei da contenere o sorvegliare. La mancanza di luoghi dedicati alla socialità libera ha conseguenze dirette. In molte città, i giovani finiscono per incontrarsi quasi esclusivamente a scuola, nello sport o nelle attività culturali organizzate. Occasioni preziose, certo, ma insufficienti: la socialità non può ridursi a contesti regolati e istituzionalizzati. L’assenza di spazi pubblici informali spinge molti adolescenti a rifugiarsi nelle tecnologie digitali, che diventano l’unico terreno disponibile per sperimentare relazioni, conflitti, appartenenze. Non si tratta di condannare l’uso dei social o dei videogiochi, ma di riconoscere che, quando mancano alternative fisiche, il digitale si trasforma in sostituto obbligato, con tutte le distorsioni che ne derivano: isolamento, conflitti esasperati, dipendenze. Non è colpa dei ragazzi, ma di una città che non offre luoghi dove poter crescere insieme, sperimentare libertà, costruire comunità.

Il risultato è una città che separa le età, segmenta i cicli della vita, impedisce la costruzione di legami intergenerazionali. Scuole e parchi per i bambini, case di riposo per gli anziani, spazi commerciali per gli adulti: i mondi non si incontrano, e ognuno scorre parallelo all’altro. Ma la continuità di una città si misura proprio nella capacità di tenere insieme tempi diversi, di far dialogare generazioni. Hannah Arendt ricordava che «ogni nascita porta con sé la possibilità di un nuovo inizio»: senza bambini non c’è futuro. Allo stesso modo, senza la memoria degli anziani la città perde profondità e orizzonte lungo.

Eppure, nonostante il declino degli spazi dedicati, esistono forme di resistenza che cercano di mantenere vivo questo legame. Le biblioteche pubbliche, oltre a essere infrastrutture culturali, funzionano come presidi sociali che organizzano corsi, laboratori e università della terza età. Alcune scuole aprono i loro cortili al quartiere, trasformandoli in luoghi condivisi. Associazioni e cooperative organizzano viaggi, attività ed esperienze per anziani, ricostruendo comunità laddove la città non offre strumenti. Parallelamente, non mancano progetti rivolti a bambini e adolescenti: orti urbani didattici che trasformano i ragazzi in custodi del verde comune, centri giovanili che promuovono sport e arti come forme di socialità, esperimenti di co-design dove gli studenti immaginano nuove piazze e spazi pubblici. Sono tentativi spesso fragili, ma dimostrano che la vecchiaia e la crescita non sono semplici vicende private: sono processi urbani, parte integrante della vita collettiva.

Il tabù generazionale rivela così una contraddizione strutturale: la città si pensa eterna, ma ignora i cicli della vita che la abitano. Una città che non coltiva i luoghi dell’incontro tra bambini, adolescenti e anziani non perde solo socialità, ma la capacità di pensarsi nel tempo. Parafrasando quanto scritto da Andri Snær Magnason in Il tempo e l’acqua, la continuità culturale passa attraverso il “tocco delle generazioni”: una mano che trasmette all’altra esperienze, racconti, conoscenze. Senza questo passaggio il tempo lungo si spezza e con esso la possibilità stessa di un futuro condiviso.



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