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Tabù e città razzializzata

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Tabù e città razzializzata

FiloTabù - Libertà di parlare, coraggio di svelare
Pubblicato da Ilaria Iacconi Iambrenghi in Atlante dei tabù urbani · Mercoledì 12 Nov 2025 · Tempo di lettura 3 minuti
Tags: tabù, città, razzializzata, razzismo, società, cultura, discriminazione, inclusione, diversità, identità
Ci sono corpi che la città accoglie come parte naturale del suo paesaggio e corpi che invece percepisce come estranei. La dimensione razzializzata dello spazio urbano non si esprime soltanto attraverso episodi espliciti di discriminazione, ma nella geografia quotidiana che assegna centralità ad alcuni e margini ad altri. È qui che emerge il tabù migrante: la rimozione sistematica delle presenze diasporiche, la cancellazione delle loro storie, l’idea che lo spazio urbano possa essere neutro e universale mentre continua a produrre esclusioni.

La città moderna ha costruito il proprio immaginario sull’abitante bianco, stabile, cittadino a pieno titolo. Ogni deviazione da questo modello è stata trattata come provvisoria, temporanea, talvolta persino minacciosa. Interi quartieri sono stati stigmatizzati come “zone da evitare”, luoghi di sorveglianza e segregazione più che di vita comunitaria. Loïc Wacquant ha mostrato come la ghettizzazione produca non solo segregazione materiale, ma anche stigma simbolico, trasformando i margini urbani in fabbriche di paura. La marginalizzazione, infatti, non è conseguenza naturale della diversità: è un dispositivo politico che crea le condizioni stesse della diffidenza.

Non si tratta solo di esclusione fisica, ma anche simbolica. Le mappe ufficiali ignorano i nomi che le comunità hanno dato alle strade, le narrazioni urbane rimuovono i contributi migranti alla costruzione materiale e culturale della città. Le storie diasporiche vengono spesso confinate nel folklore o nell’emergenza, mai riconosciute come parte strutturale della cittadinanza urbana. Così, la città si racconta come spazio aperto e inclusivo, ma continua a disegnare linee invisibili di appartenenza e sospetto.

Il tabù razzializzato si manifesta anche nelle architetture del controllo: centri di detenzione, barriere ai confini urbani, dispositivi di sorveglianza nei quartieri abitati da migranti. Achille Mbembe ha mostrato come la gestione dei corpi “eccedenti” passi attraverso tecniche di confinamento e contenimento che trasformano lo spazio urbano in frontiera permanente. La città non vieta apertamente la presenza dei corpi diasporici, ma li contiene, li separa, li rende oggetto di sospetto. È una forma di violenza che non ha bisogno di proclami: basta la quotidianità delle omissioni, il linguaggio burocratico, la pianificazione che non nomina.

Eppure, guardare la città attraverso queste presenze significa riscrivere il suo stesso significato. Le comunità migranti reinventano gli spazi, trasformano i margini in luoghi di relazione, praticano forme di solidarietà che AbdouMaliq Simone definisce “infrastrutture umane”: reti di scambio, di supporto, di vita quotidiana che sfidano la logica esclusiva della città neoliberale. Riconoscere queste forme di abitare non è un gesto di concessione, ma di giustizia: significa ammettere che senza corpi migranti la città contemporanea non esisterebbe.

Affrontare il tabù razzializzato vuol dire dunque rompere il silenzio sulle appartenenze selettive, e riconoscere che ghettizzazione e marginalità non sono esiti spontanei, ma dispositivi che alimentano la stessa paura con cui vengono giustificati. Vuol dire accettare che l’urbanistica non è mai neutrale: stabilisce chi può essere cittadino e chi resta sospeso in uno stato di provvisorietà. Dare voce alle presenze migranti significa restituire alla città la sua verità plurale, e immaginare uno spazio che non abbia paura della differenza, ma che nella differenza sappia riconoscere la sua possibilità più radicale.


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