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Tabù e città sostenibile

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Tabù e città sostenibile

FiloTabù - Libertà di parlare, coraggio di svelare
Pubblicato da Ilaria Iacconi Iambrenghi in Atlante dei tabù urbani · Mercoledì 11 Feb 2026 · Tempo di lettura 3 minuti
Tags: tabù, città, sostenibile, sostenibilità, urbanistica, ambiente, ecologia, sviluppo, sostenibile, comunità, politiche, ambientali, innovazione, urbana
Le città amano raccontarsi come sostenibili. Ogni rendering espone parchi verticali, tetti verdi, piazze piantumate. Ma dietro questa estetica si nasconde un tabù profondo: la fragilità. La pianificazione urbana continua a pensare la natura come superficie da rivestire, riserva da sfruttare, ornamento da esibire, senza riconoscerne la vulnerabilità intrinseca.

Il tabù ecologico consiste proprio in questa rimozione: la città celebra la “potenza verde” dei grandi progetti di riqualificazione, ma non sa nominare la precarietà dell’acqua, la finitezza del suolo, la lentezza dei cicli biologici. La logica della crescita e della resilienza tecnica lascia nell’ombra la possibilità della perdita, del limite, della cura. Come ha scritto Donna Haraway, il compito oggi non è “salvare il mondo” con un atto di forza, ma staying with the trouble: restare dentro l’incertezza, imparando a vivere nella vulnerabilità condivisa.

Un segno evidente di questa rimozione è il linguaggio che chiama la natura “capitale naturale”. Foreste, oceani, fiumi o suoli vengono tradotti in valori monetari, come se fossero depositi da contabilizzare. Ma la natura non è un capitale: è un insieme di relazioni vive, di equilibri fragili, di temporalità che sfuggono alla logica del profitto. Ridurla a capitale significa oscurarne l’autonomia, trasformando in asset ciò che dovrebbe essere riconosciuto come condizione di vita.

Il cambiamento climatico rende questo tabù ancora più acuto. Le città lo evocano nei loro piani strategici come sfida da affrontare con tecnologie e resilienza, ma raramente ammettono che la crisi climatica è il prodotto diretto di un paradigma urbano fondato su estrazione, accelerazione e consumo illimitato. Così, alluvioni, siccità e ondate di calore vengono presentate come emergenze naturali, piuttosto che come conseguenze di modelli urbani che hanno consumato troppo e troppo in fretta. E le conseguenze non colpiscono tutti allo stesso modo: chi abita in quartieri periferici, chi vive in case precarie, chi ha meno risorse economiche subisce in modo più diretto i danni dell’inquinamento e delle catastrofi ambientali. La giustizia climatica è il grande non detto delle città sostenibili.

C’è anche una questione di tempi. La natura si rigenera in cicli lunghi — secoli per un bosco, decenni per un terreno — mentre la politica urbana opera secondo i tempi brevi di elezioni e investimenti. Il tabù ecologico sta anche nel non voler ammettere questa asimmetria: i tempi del clima non coincidono con quelli della crescita.

Ripartire dalla fragilità significa immaginare città diverse. Una città sostenibile non costruisce “progetti di potenza”, ma infrastrutture climatiche: reti idriche che rispettino i cicli dell’acqua, parchi che abbassano le temperature e raccolgono l’acqua piovana, piazze che funzionano come dispositivi ambientali, rifugi per umani e più-che-umani. Significa considerare la vulnerabilità non come difetto da eliminare, ma come criterio progettuale, una lente da cui ridisegnare i rapporti tra corpi, clima ed ecosistemi.

Affrontare il tabù ecologico significa rompere con la retorica della forza, dell’efficienza e del capitale. Significa dare voce al limite, alla precarietà, al tempo lento della rigenerazione. Una città che accoglie la fragilità ambientale non è più debole: è una città che riconosce la propria interdipendenza, e che nella cura trova la possibilità di sopravvivere. Perché, come ricorda Neri Oxman, “nature is our only client”. L’unica vera sostenibilità è riconoscere che non viviamo su un pianeta inerte, ma con la Terra come compagna attiva della nostra esistenza.



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