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Tabù e teoria crip

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Tabù e teoria crip

FiloTabù - Libertà di parlare, coraggio di svelare
Pubblicato da Ilaria Iacconi Iambrenghi in Atlante dei tabù urbani · Mercoledì 29 Ott 2025 · Tempo di lettura 4 minuti
Tags: tabù, teoria, crip, inclusione, disabilità, cultura, rappresentazione, identità, stigma, attivismo, società
Le città si spezzano nelle piccole cose: in una scala rotta della metropolitana, in un marciapiede sconnesso, in un cartello incomprensibile, in una fermata d’autobus senza pensilina. Non sono semplici disagi tecnici. Sono indizi di un ordine urbano che continua a dare per scontato un corpo standard: veloce, giovane, abile, autonomo. Tutto ciò che non corrisponde a questa figura diventa un’assenza, un tabù che non si vuole nominare.

La teoria crip, elaborata da Robert McRuer, nasce per smascherare questa illusione di neutralità. Mostra come la disabilità non sia un difetto individuale, ma l’effetto di un mondo costruito su misura per pochi. Rosemarie Garland-Thomson lo esprime con chiarezza: “Disability occurs when bodies don’t fit into the world as it has been built” (2011).
La disabilità non è nel corpo, ma nello scarto che si apre tra il corpo e un ambiente che lo respinge.

Il sociologo norvegese Jan Grue ha descritto questa condizione con un’immagine memorabile: «le città accessibili si somigliano tutte, le città inaccessibili lo sono ognuna a modo suo». L’inaccessibilità non è mai un ostacolo unico: è una costellazione di dettagli e incoerenze — una rampa troppo ripida, un semaforo che scatta troppo in fretta, un ascensore che non funziona, un autobus senza pedana, un sito web senza traduzione accessibile. Ognuno di questi elementi sembra secondario, ma insieme costruiscono una topografia della marginalità.
È proprio questa banalità dell’ostacolo a renderlo tabù: non appare come violenza, ma come normale funzionamento.

Il tabù crip riguarda tutte le forme di disabilità: fisiche e sensoriali, cognitive e psichiche, visibili e invisibili. Chi vive una disabilità motoria incontra città pensate per il passo rapido e il movimento lineare. Chi porta su di sé una condizione cognitiva o psichica si trova in ambienti che comunicano con codici esclusivi: scritte troppo complesse, segnaletica poco intuitiva, spazi saturi di stimoli. Chi convive con dolore cronico o malattie invisibili conosce la fatica di un paesaggio urbano che non prevede pause, ombra, silenzio. In tutti questi casi, la pianificazione tace: rimuove la vulnerabilità dalle sue mappe, dai suoi rendering, dai suoi manuali.

Eppure, guardare la città da queste prospettive cambia radicalmente la nostra lettura dello spazio. I corpi vulnerabili rivelano le priorità nascoste delle infrastrutture: ciò che viene curato e ciò che viene lasciato marcire. Un ascensore sempre rotto racconta quanto poco valga, per l’amministrazione, l’esperienza quotidiana di chi non può salire le scale. L’assenza di bagni pubblici accessibili segnala che certi bisogni non sono riconosciuti come legittimi. La mancanza di zone d’ombra o di panchine non è una dimenticanza, ma il sintomo di un progetto che ha privilegiato velocità e consumo a scapito della possibilità di fermarsi, riposare, rallentare.

In questo senso, la vulnerabilità non è un difetto da correggere, ma un sapere situato. È la condizione che permette di leggere la violenza ambientale fatta di piccole esclusioni quotidiane, e al tempo stesso di immaginare nuove forme di convivenza. È un punto di vista che ci obbliga a chiedere: per chi stiamo progettando? Chi è previsto e chi resta fuori dal campo visibile della città?

Affrontare il tabù crip significa riconoscere che l’abilismo non è un incidente, ma una struttura che organizza lo spazio. Significa smettere di credere alla neutralità della pianificazione e accettare che ogni progetto è una presa di posizione politica, un atto che include e insieme esclude. Ma significa anche aprire spiragli di possibilità: immaginare città in cui non sia la persona a dover adattarsi allo spazio, ma lo spazio a trasformarsi per accogliere corpi diversi.

La città giusta non sarà quella che forza i corpi a conformarsi, ma quella che riconosce la pluralità come condizione ordinaria. Una città che sappia trasformare la fragilità in criterio progettuale, la lentezza in infrastruttura, la differenza in valore.
Rompere il tabù crip non è un gesto astratto: è la possibilità concreta di restituire dignità a tutte le forme di vita che la città oggi preferisce non vedere.


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