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Tra tempo fisico e tempo vissuto. Una storia in tempi di guerra

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Tra tempo fisico e tempo vissuto. Una storia in tempi di guerra

FiloTabù - Libertà di parlare, coraggio di svelare
Pubblicato da Valeria Genova in Interviste · Lunedì 03 Mar 2025 · Tempo di lettura 10 minuti
Tags: tempo, fisico, tempo, vissuto, storia, guerra, riflessione, esperienza, memoria, narrazione, vita, conflitto
“Come ogni giorno partiamo per una pattuglia. Avvicinandoci ai nostri mezzi Lince, prima di uscire, sguardi bassi, qualche gesto di rito scaramantico, segni della croce... Nel mezzo blindo, all'interno, non una parola. Solo la radio che ci aggiorna su possibili insurgents avvistati, su possibili zone per imboscate, nient'altro nell'aria...Consapevoli che il suolo afghano è cosparso di ordigni artigianali pronti ad esplodere al passaggio delle sei tonnellate del nostro Lince. Siamo il primo mezzo della colonna, ogni metro potrebbe essere l'ultimo, ma non ci pensi. La testa è troppo impegnata a scorgere nel terreno qualcosa di anomalo, finalmente siamo alle porte del villaggio... Veniamo accolti dai bambini che da dieci diventano venti, trenta, siamo circondati, si portano una mano alla bocca ormai sappiamo cosa vogliono: hanno fame...
[…]
Mi ricordo quando mio nonno mi parlava della guerra: "brutta cosa, beato ti che non te la vedarè mai..." Ed eccomi qua, valle del Gulistan, Afghanistan centrale, in testa quello strano copricapo con la penna che per noi alpini è sacro. Se potessi ascoltarmi, ti direi "visto, nonno, che te te si sbaià...”

 
Un passo di una famosa lettera del Caporalmaggiore Matteo Miotto, inviata dall’Afghanistan ad un giornale, due mesi prima di morire, per descrivere l’esperienza della Brigata Julia cui apparteneva.
 
Leggendo queste parole, anche dopo anni, la riflessione cade sulla concezione del tempo vissuto in quelle circostanze: solo il presente viene percepito, o forse, solo il presente può e deve essere vissuto per poter sopravvivere in territori di guerra.

Ed è quello che emerge anche dal racconto del Maggiore M., incursore dell’Aeronautica Militare, che ha svolto più volte missioni all’estero, in Afghanistan e in Iraq e che ho avuto il piacere di incontrare per farmi dire come venga percepito il tempo nei territori operativi dove, spesso, non c’è nemmeno quello per pensare.

Non ci pensi è la frase che più viene ripetuta. Non ci sono quasi mai passato e futuro perché il primo consumerebbe energie, il secondo infonderebbe speranze o paure che distoglierebbero dallo svolgimento in sicurezza delle operazioni.

“Quando viene ordinato di partire…semplicemente ci si prepara.

Il motto è ‘addestrati duro combatti facile’: si cerca di ricreare in territorio nazionale le condizioni della realtà internazionale, cosa, oggi come oggi, difficile da realizzare, perché alcune simulazioni non sono simili alla realtà che poi si troverà nelle zone ‘calde’.

Quando si arriva in teatro operativo si dovrebbe essere già pronti, soprattutto non si deve perdere l’obiettivo, sicuri di quello che si fa: occorre arrivare con il massimo addestramento, ma non capita spesso a causa dei tempi di recupero tra una missione e l’altra che mettono in difficoltà anche la gestione dell’equilibrio del tempo da dedicare a lavoro e famiglia.

Nella fase cosiddetta di pre-deployment il tempo è complesso da gestire, occorre scandire le giornate in maniera netta: c’è l’attesa di partire, tutto viene sintonizzato a seconda dei ritmi della vita quotidiana, per non lasciare nulla in sospeso, ottemperando agli impegni per il lavoro, lasciando una condizione di tranquillità emotiva alla famiglia e di conseguenza a se stessi.
 
Il tempo dell’attesa genera uno stato emotivo di ansia per la paura, per la preoccupazione nei confronti della famiglia, che però si placa non appena partiti.

Una muta attesa, un tempo infinito e indeterminato che scaturisce dalla voglia di andarsene il prima possibile per diminuire la sofferenza; ed è così che si mettono i piedi sull’aereo, che porterà in missione, e ci si tranquillizza: ormai non resta che impegnarsi a sopravvivere.
 
Una sopravvivenza fatta di routine meticolosa, di presente scandito minuto per minuto; nonostante il rischio, però, la gestione del tempo è migliore rispetto alla vita normale, senza gli input continui della società, dagli obblighi legali ed economici a quelli morali.
 
E il vantaggio, paradossalmente, è proprio questo: la totale e minuziosa pianificazione di ogni dettaglio permette di gestire bene il tempo in ogni sua fase, infondendo, così, sicurezza in quanto tutti sanno sempre esattamente cosa farà ogni operatore del team.

Quando arriva il momento di agire il tempo è avvertito solo come attesa: dell’arrivo del rifornimento, dell’ok per spostarsi da un posto a un altro, del completamento della missione; si vive ‘appesi’ perché il ritmo delle azioni da compiere non dipende solo dalla squadra, anzi, esso stesso si blocca come ad attendere che qualcosa accada. Durante questo lasso di tempo, costretti ad aspettare, ci si rilassa, quasi, forse, come forma di autodifesa che permette di riflettere, di perdersi nei ricordi, nella nostalgia di quello che si è lasciato e nella bellezza del ritorno, nel pensiero che quell’attimo istantaneo che si sta vivendo avrà una fine, un termine più o meno preciso.

Nell’attesa, passato presente e futuro si mescolano tra loro, dove il primo è appiglio per darsi forza anche nelle difficoltà più estreme e il terzo è l’ancora di salvezza dall’angoscia per l’ignoto di ciò che sarà. Il presente fa da ago della bilancia, facendo oscillare il tempo vissuto dal passato al futuro.
 
Un futuro incerto che genera tormento per quello che potrà succedere in missione, ma anche una volta rientrati a casa dai propri affetti, i quali potrebbero cambiare nel corso dei mesi di assenza, passando da una routine scandita da un ritmo quasi monotono perché ripetitivo ad una vita in cui la velocità del tempo viene raddoppiata da tutte le incombenze in più da svolgere senza condivisione. Ma, se da un lato, nella vita reale, il tempo diventa più veloce e stressante, dall’altro scorre lentamente verso la meta, verso il ritorno della persona amata, generando sofferenza e malinconia; diversamente, per chi lavora in territori operativi, il tempo scorre incessantemente grazie alle giornate continuamente scandite dagli impegni e dagli obiettivi man mano raggiunti che diminuiscono la distanza dal ritorno.

Quando guardi dei servizi di guerra in televisione, ci sono spesso domande che sorgono spontanee, ci sono dubbi che nascono e risposte che non trovi. Ti poni molti interrogativi tra cui

Come ci si può sentire davanti a ciò che minaccia la tua vita?

Ciò che è considerato pericolo per noi è diverso per voi.

 
Capita a volte che ci si trovi a passare per delle località in Afghanistan e che dal tetto di una casa tirino due colpi: per le persone che non vivono questa vita questo è percepito come pericolo, per un soldato significa reagire tempestivamente: il tempo non esiste o, meglio, è frazionato in millesimi di millesimi di secondo con una precisione che pare impossibile perché il millesimo prima che arrivi il colpo si sa già che sta per arrivare.
 
Non è prevedere, è il sapere dettato dall’addestramento che permette di considerare qualunque eventualità e di essere pronti a raggirarla.
 
È un giocare d’anticipo: il tempo è previsto, è ‘conosciuto’.
 
Certo, può capitare l’imprevisto, ma nel momento di difficoltà la preoccupazione risiede solo nel cercare di rispettare la tempistica prevista che è ciò per cui ci si addestra. Raramente ci si ritrova senza sapere cosa fare o come reagire, c’è una sorta di automatismo insito nella squadra di lavoro che è anche ciò che spesso salva la vita quando non c’è tempo né per pensare né per agire -RAID: reazioni automatiche immediate-.

E quando un compagno è ferito, come si reagisce?

A volte capitano le situazioni in cui, oltre a tutelare se stessi, si devono assistere persone già ferite ma, anche in questo caso, non si pensa perché è un qualcosa di previsto: sapendo già come agire, perché pianificato, sale il livello di adrenalina che permette di reagire e di non avere tempo per provare una paura paralizzante.

 
La paura. Un sentimento umano, che non deve essere ricacciato ma deve essere gestito: se non si prova timore, è proprio quello il momento in cui si rischia di più. La paura permette di concentrarsi sull’attimo presente per poter gestire in sicurezza le situazioni, anche quelle più complicate.

E il tempo?

Per i soldati in missione esiste certamente un passato, fatto di ricordi, a cui si pensa con nostalgia, esiste assolutamente un futuro, fatto di certezze e di dubbi, ma vi è solo il presente che conta davvero.
 
Si vive solo il presente perché è in questo modo che si può sopravvivere e riuscire a ricucire il passato con l’avvenire. Il presente è quello che salva la pelle, perché in quel determinato giorno, a quella precisa ora si deve agire in un certo modo e la mente è concentrata a pensare esclusivamente a quel determinato istante che significa vita.
 
Se ci si distrae, si rischia grosso.

Il tempo della vita è come un gomitolo di filo o una valanga, che continuamente mutano e crescono su sé medesimi.

 
Da questo intenso racconto si evince quanto il tempo non sia un concetto meramente oggettivo, fisico, matematico ma esista anche un tempo che è quello vissuto.

Come afferma Bergson nel “Saggio sui dati immediati della coscienza”
“quando seguo con gli occhi sul quadrante di un orologio il movimento delle lancette non misuro una durata, come pare si creda, mi limito a contare delle simultaneità, il che è molto diverso”.

Il tempo dell’orologio è solo una successione regolare di istanti sempre uguali che rappresentano e hanno lo stesso valore: in questo caso ci troviamo in una dimensione quantitativa del tempo, oggettiva e non qualitativa di un tempo realmente vissuto.

Nel primo caso ci si trova di fronte ad un’astrazione creata dall’uomo per necessità, nel secondo caso, il tempo vissuto coincide con la durata dello stesso che può essere percepita solo attraverso la coscienza che filtra e rielabora il tempo reale conservando gli input del mondo esterno che
 
“danno luogo a dei fatti di coscienza che si compenetrano e legano il passato al presente e al futuro”.

Nel tempo vissuto, passato, presente e futuro non sono nettamente distinti e lo scorrere del tempo è irregolare, breve o dilatato come i “fatti della coscienza”. Come ci dimostra l’incursore nel racconto precedente, in cui spiega la differenza tra la sua percezione del tempo e quella della sua famiglia. Entrambi vivono un tempo irregolare, ora di durata più lunga, ora più breve, a seconda di come la loro coscienza rielabora gli accadimenti.

Il tempo vissuto è un continuo non essere mai uguale a sé: l’istante successivo sarà sempre diverso dal precedente perché conterrà il ricordo di quest’ultimo; ecco che in questo continuo fluire, definire il presente diventa arduo: sembrerebbe immediato passato ma anche imminente futuro e allora ne consegue che
 
“noi non percepiamo praticamente che il passato dal momento che il puro presente è l’inafferrabile progresso del passato che fa presa sul futuro”.

Ecco perché la gestione del tempo e delle emozioni per un incursore è diversa da chi non svolge un lavoro in territori di guerra: tutto dipende dal tempo vissuto che è, dunque, un tempo coscienziale, interiore, che dipende da ciò che ognuno di noi vive, da come lo interpreta e lo rielabora.


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