Trecentocinquanta giorni dopo
Pubblicato da Danilo Cappella in (Alter)azioni · Lunedì 17 Ago 2026 · 4 minuti
Tags: Trecentocinquanta, giorni, dopo, tempo, anniversario, riflessione, cambiamento, esperienza, crescita, vita, memoria, emozioni
Tags: Trecentocinquanta, giorni, dopo, tempo, anniversario, riflessione, cambiamento, esperienza, crescita, vita, memoria, emozioni
Dalla finestra, Omar osservava il vuoto della città.
Il condizionatore pompava aria fredda nella stanza, un privilegio egoista che continuava a inquinare l'ambiente, ma bastava guardare fuori per capire l'inferno. L'unico passante avvistato nelle ultime tre ore avanzava strisciando lungo la facciata del palazzo, rasente al muro, pur di non farsi toccare da un singolo raggio di sole.
Il condizionatore pompava aria fredda nella stanza, un privilegio egoista che continuava a inquinare l'ambiente, ma bastava guardare fuori per capire l'inferno. L'unico passante avvistato nelle ultime tre ore avanzava strisciando lungo la facciata del palazzo, rasente al muro, pur di non farsi toccare da un singolo raggio di sole.
Mentre osservava quell'uomo elemosinare ombra, dal
giradischi risuonava il suo pezzo preferito degli Zen Circus: Viva. Di
lì a poco, la musica avrebbe raggiunto uno dei versi che amava di più in
assoluto: “Perché festeggiate ancora l'estate?”
Ecco, Omar questa cosa non l'aveva mai capita. Gli era
capitato più e più volte di sentire i suoi amici farsi gli auguri non appena
arrivate le ferie. Si scambiavano abbracci e congratulazioni come se quelle due
settimane di vacanza fossero un traguardo sacro da raggiungere, una ricorrenza
da celebrare a tutti i costi.
Ma nella sua testa tutto questo risuonava come un
controsenso disturbante. Come se il resto dell'anno non fosse altro che pura
schiavitù da sopportare in silenzio.
Come faceva a non essere palese una simile illusione? Quanta
ansia e quanta frustrazione dovevano accumulare le persone durante i restanti
trecentocinquanta giorni per arrivare a considerare due misere settimane come
il punto più alto della propria esistenza?
Un meccanismo perfetto e perverso, pensato per anestetizzare
le menti: concentrare ogni grammo di felicità, svago e divertimento
precostituito in un pugno di giorni a prezzi schizzati alle stelle, per poi
rispedire tutti docili al loro posto. Di nuovo in gabbia, a mandare avanti una
vita che, a giudicare dall'euforia disperata delle ferie, a quel punto odiavano
profondamente.
A peggiorare il quadro ci ha pensato l'era del
turbocapitalismo e dei social network, che ha elevato l'estate a unico vero
obiettivo dell'esistenza. Persone visibilmente spente o annoiate per gran parte
dell'anno raggiungono improvvisamente il loro picco di presunta felicità dietro
la patina luccicante dello schermo di uno smartphone. Una messinscena digitale
dove l'importante non è vivere il momento, ma mostrare di essere nel posto
giusto, al momento giusto, felicissimi a comando.
E chi non poteva permettersi quel momento?
Chi lavorava proprio in quelle due settimane, o chi sceglieva di andare in ferie in altri periodi dell'anno, finiva per sentirsi quasi un reietto. Quando il sistema obnubila la mente collettiva, le regole sono spietate: o ti allinei all'euforia generale, o percepisci di essere fuori.
Chi lavorava proprio in quelle due settimane, o chi sceglieva di andare in ferie in altri periodi dell'anno, finiva per sentirsi quasi un reietto. Quando il sistema obnubila la mente collettiva, le regole sono spietate: o ti allinei all'euforia generale, o percepisci di essere fuori.
Eppure, Omar il mare lo amava, più di qualsiasi altra cosa
al mondo. Ma qui non si trattava di farsi un bagno in acque cristalline; si
trattava di non vedere la gabbia che rinchiudeva tutti, costretti già da
gennaio a sentirci rivolgere l'amletica e pervasiva domanda: “Che fai
quest'estate?”.
A lui, però, piaceva anche il resto dell'anno. Amava
viaggiare fuori stagione, gli piaceva il freddo, persino la quiete del potersi
annoiare senza sensi di colpa. E il pensiero che ci fosse un'intera società
così cieca di fronte alla propria condizione di schiavitù programmata
continuava a disturbarlo profondamente.
Quando il sole iniziò a calare, Omar decise di uscire. Era
la settimana in cui la città era più deserta e sbarrata che mai, ma sapeva che
qualcuno avrebbe resistito, ben felice di vedere un cliente varcare la soglia.
Spense il condizionatore, scese le scale e camminò fino al
bar che sperava di trovare aperto. E così fu. Si fece spillare una birra,
esattamente come avrebbe fatto in qualsiasi altro periodo dell'anno, con la
sola differenza che avrebbe sudato di più.
Quel primo sorso lo inebriò subito, addolcendo il peso di
tutti quei pensieri misantropi. Sapeva di sembrare pesante, ma in fondo era
anche conscio di esserlo. E per enfatizzare ancora di più quel concetto nella
propria testa, si pose una domanda retorica che non avrebbe mai trovato una
risposta concreta:
“Ma a casa dei negazionisti del cambiamento climatico, si
starà più freschi?”
