Women’s Bodies as Battlefields: intervista a Cinzia Canneri
Pubblicato da Andreea Elena Gabara in Interviste · Giovedì 12 Mar 2026 · 10 minuti
Tags: Women’s, Bodies, Battlefields, Cinzia, Canneri, Interview, Gender, Studies, Feminism, Body, Politics, Art, Activism, Social, Issues
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“Women’s Bodies as Battlefields”, ovvero “I corpi delle donne come campi di battaglia”, è il titolo del progetto di Cinzia Canneri, la fotografa italiana premiata nell’edizione 2025 del World Press Photo come miglior Long-Term Project per l’Africa.
I suoi scatti danno voce alle donne coinvolte nel conflitto tra Eritrea, Etiopia e Sudan: donne che subiscono violenze sistematiche, spesso usate come vere e proprie armi politiche, e che, in seguito, si trovano a convivere con la vergogna, il silenzio e il rischio di essere abbandonate dai mariti o dalle loro comunità.

© Cinzia Canneri
1) La ringrazio innanzitutto per aver accettato questa intervista per FiloTabù e non vediamo l’ora di conoscere meglio il suo lavoro.
Vorrei iniziare chiedendole com’è nato il progetto Women’s Bodies as Battlefields. C’è stata un’esperienza che le ha fatto capire o sentire l’urgenza di raccontare questa storia?
Vorrei iniziare chiedendole com’è nato il progetto Women’s Bodies as Battlefields. C’è stata un’esperienza che le ha fatto capire o sentire l’urgenza di raccontare questa storia?
Credo che questa esigenza derivi dal mio stesso essere donna e, in particolare, dal sentirmi vicina alle storie di violazione delle donne nei territori in cui il mio paese, l’Italia, è stato potenza coloniale. Il colonialismo ha avuto un’influenza significativa sui movimenti femministi, dalla fine dell’800 ai primi del 900, e ha lasciato ripercussioni che si riflettono anche nei movimenti contemporanei. Il femminismo delle donne europee durante il periodo coloniale, da un lato, esprimeva il pensiero imperiale mazziniano che mirava a “educare” le donne esotiche d’oltremare; dall’altro lato, introdusse un’esperienza di rispecchiamento reciproco. Le donne europee iniziarono a vedere se stesse nelle violazioni subite dalle donne africane, e così cominciarono a riconoscersi l’una nell’altra nella necessità di affermare un femminismo basato sul riconoscimento dei propri diritti, piuttosto che sui doveri della “donna educatrice”. Il mio essere donna, dunque, mi collega alle donne di ogni luogo: le vicende delle donne di tutte le terre si intrecciano in un filo comune, che attraversa secoli e confini. Si tratta di una storia collettiva di resistenza, dignità e trasformazione.
2) Il suo interesse verso l’esperienza delle donne eritree è nato dal notare come, rispetto agli uomini, fossero meno propense a emigrare. Dato che io stessa sono un’emigrata di seconda generazione dalla Romania, mi ha colpito molto questo aspetto: infatti, in Europa dell’Est, è invece spesso il contrario e sono più le donne a partire. Come si spiega questa differenza? Cosa trattiene le donne eritree o etiopi dal migrare o cosa impedisce loro di farlo?
La migrazione delle donne ha tassi maggiori se si lega al traffico della prostituzione – come avviene dalla Nigeria – oppure se si connette con azioni di accudimento e assistenza – come si riscontra dalla Romania. Tuttavia, la migrazione fondata sul cercare un nuovo futuro, senza rispondere ad una domanda precisa di mercato, ma centrandosi di più sul crearsi una “nuova vita” è praticata in modo maggiore dagli uomini. La differenza tra uomini e donne consiste spesso nel fatto che le donne non associano il viaggio migratorio a un miglioramento del proprio progetto di vita, ma tendono a rispondere a un dominio patriarcale che chiede loro di soddisfare determinate esigenze di questo potere. Allo stesso tempo, il viaggio migratorio – sia maschile sia femminile, nelle loro differenze – risponde comunque a una necessità che riguarda entrambi i sessi.
3) Il progetto è iniziato documentando le esperienze delle donne eritree, ma in seguito si è ampliato includendo anche quelle tigrine. Come è nata questa esigenza di allargare lo sguardo e come ha gestito, a livello narrativo ed etico, questo ampliamento?
È stata la storia a guidarmi: la decisione è maturata non tanto pensando alla finalità del progetto, quanto come risposta a un’esigenza giornalistica. All’inizio, alcune persone a me vicine – che sono anche punti di riferimento con cui mi confronto costantemente sul mio lavoro – cercarono di persuadermi a rimanere concentrata sul focus iniziale. Ma sono state le storie delle donne a condurmi oltre. La struttura narrativa deve essere decodificata e mantenuta lungo il percorso, ma deve rappresentare un orientamento, non un confine che chiude.
Nel 2021 ero in Sudan e arrivavano sia donne eritree che tigrine in fuga dalla guerra nel Tigray. Le donne di entrambe le comunità raccontavano violenze atroci: stupri di gruppo, l’introduzione di sassi e chiodi nei loro uteri. In particolare, l’esercito eritreo utilizzò la violenza sessuale sulle donne eritree come atto punitivo, perché erano scappate dalla loro patria, e sulle donne tigrine come strumento di sterminio. I loro corpi erano diventati campi di battaglia, in cui gli schieramenti non erano più distinti.
La narrazione visiva del lavoro non si era dispersa, perché la violenza perpetrata come espressione di potere sui corpi delle donne era già presente nel mio lavoro precedente. Per quanto riguarda il rispetto etico, questo si gestisce attraverso le persone che si incontrano e si fotografano. Ogni mia fotografia è pensata, chiede un consenso, tutela l’identità e cerca anche di diventare un’azione di supporto.
4) Dal 2017, quando ha iniziato a lavorarci, fino a oggi, il conflitto e la situazione sociale nei paesi coinvolti sono cambiati profondamente. Come si sono trasformate nel tempo le sue percezioni e la sua narrativa fotografica?
La mia narrativa è cambiata radicalmente, perché ho iniziato a collaborare con giornaliste, attiviste e organizzazioni locali, con cui stiamo portando avanti progettualità comuni. Il mio lavoro fotografico è diventato parte di un movimento che mira a generare azioni trasformative. È nato il gruppo “Cross Looks” che, come suggerisce il nome, attraversa i confini degli sguardi per costruire narrazioni plurali e, al tempo stesso, identitarie, senza logiche di sopraffazione.
A un certo punto del percorso, proprio mentre “Women’s Bodies as Battlefields” riceveva riconoscimenti internazionali, ho preso coscienza che il mio lavoro nasceva anche dall’esercizio di un potere: quello di una donna occidentale con un privilegio economico, sociale e di mobilità rispetto alle donne che documentavo. Un potere che “inquinava” la narrazione. Non che mancassero solidarietà, inclusività e intenti di integrazione; ma restavano, pur nella loro benevolenza, espressioni di uno sguardo occidentale. Da qui l’unione con altre donne locali ha portato a cambiamenti strutturali nel mio modo di lavorare, di vedere e di percepire una storia.

© Cinzia Canneri
5) Costruire fiducia con le donne ritratte non dev’essere stato semplice. Com’è riuscita a ottenere accesso alle loro storie e in che modo la sua identità di donna, oltre che di fotografa europea come ci ha già detto, ha influito sul rapporto con loro? È mai stata un ostacolo?
La fiducia nasce dalla motivazione che ci spinge a stare con le persone a cui chiediamo di essere fotografate, dalla relazione che costruiamo con loro e dall’autenticità con cui ci mettiamo in gioco, professionalmente e umanamente, nel racconto che stiamo facendo. Non esiste una fotografia “bella” se non è espressione di questa fiducia. La mia identità di donna è stata la base della mia motivazione e, quindi, una condizione di esplorazione, comunicazione e condivisione. Tuttavia, anche un fotografo uomo avrebbe potuto interrogare la propria identità a partire dalle violazioni inflitte dal suo genere alle donne. Non esiste una condizione identitaria fissa e rigida che guidi un lavoro: esiste il desiderio – forse la necessità – di scoperta.
6) Ha scelto di presentare il progetto in bianco e nero. Cosa rappresenta per lei questa scelta estetica e come cambia il modo in cui lo spettatore percepisce le immagini?
Non ero interessata ad una documentazione dove il reale della violenza, della povertà e della precarietà prevalessero o, anche solo, interferissero nella narrazione intima, psicologica e di resilienza delle donne. Il bianco e nero ha permesso di trascendere la realtà per scoprire la verità dei vissuti in cui non manca la bellezza, la cura e la forza di vivere nonostante tutto.
Il bianco e nero è una sottrazione che non “abbellisce” il dolore, ma lo rende leggibile senza spettacolarizzazione. L’assenza di colore apre uno spazio di sospensione e la fotografia acuisce anche una dimensione temporale estesa, fino a divenire simbolo e memoria.
7) Quali cambiamenti spera che il suo progetto possa provocare a livello politico, sociale o anche solo di consapevolezza collettiva?
I cambiamenti sono difficili da definire, identificare, inoltre potrebbero anche rispondere a bisogni egoici e non riflettere la necessità delle azioni di una comunità. Quindi non è il mio progetto fotografico in sé che mira a dei cambiamenti, ma “Women’s Bodies as Battlefields” fa parte di un processo che stiamo portando avanti in diversi soggetti.
Rispondo con le parole di una donna tigrina a cui domandai: “perché racconti a me la storia della tua violenza che hai tenuto nascosta anche a tuo marito?” e lei mi rispose “perché questo dolore abbia una parola”.
Dare parole – anche attraverso le immagini – a un dolore significa renderlo condivisibile e riconoscerlo come parte della storia di tutti. Questo è già un cambiamento: forse meno visibile di un esito politico immediato, ma non per questo meno importante.
8) E, infine, su cosa sta lavorando ora? Come pensa che evolverà il suo interesse per queste tematiche nei prossimi lavori?
Sto lavorando in Armenia, sempre con un focus sulle donne e sulla violenza esercitata sui loro corpi. In questo caso indago soprattutto la violenza riproduttiva: aborti selettivi e fecondazioni assistite orientate alla nascita di figli maschi, in un contesto patriarcale che ha portato anche alla sottrazione di minori e a un mercato di adozioni illegali. La violenza sul corpo delle donne, come espressione di un potere che diventa ingranaggio funzionale del sistema di dominio sociale, è per me un campo di ricerca essenziale.
Questo lavoro, a differenza di “Women’s Bodies as Battlefields”, l’ho iniziato a colori, perché il contesto si intreccia in modo decisivo con le storie delle donne. Come dicevo, le violenze sui loro corpi sono connesse a un sistema mafioso che ha alimentato il traffico di bambini verso Paesi occidentali. Qui il contesto diventa soggetto del racconto e il colore mi permette di metterne in evidenza i segni, gli ambienti e le contraddizioni, e di legarli direttamente alle vite delle donne.
Intervista di Andreea Elena Gabara
