C’è un confine invisibile che separa ciò che possiamo nominare da ciò che la società preferisce silenziare.
Le droghe, più che sostanze, sono diventate simboli: del peccato, della devianza, della perdita di controllo. Ma dietro la cortina del proibizionismo si nasconde una verità scomoda — quella di corpi e vite che chiedono riconoscimento, diritti, libertà di scegliere e di sbagliare.
Parlare del “tabù della droga” significa interrogare le radici morali e politiche che hanno costruito lo stigma: non tanto contro le sostanze, ma contro le persone che le usano.
Con Alessio Guidotti, presidente di ITANPUD – Italian Network of People who Use Drugs, proviamo a spostare lo sguardo: dalle paure ai diritti, dal pregiudizio alla consapevolezza, dal silenzio alla parola.
Le droghe, più che sostanze, sono diventate simboli: del peccato, della devianza, della perdita di controllo. Ma dietro la cortina del proibizionismo si nasconde una verità scomoda — quella di corpi e vite che chiedono riconoscimento, diritti, libertà di scegliere e di sbagliare.
Parlare del “tabù della droga” significa interrogare le radici morali e politiche che hanno costruito lo stigma: non tanto contro le sostanze, ma contro le persone che le usano.
Con Alessio Guidotti, presidente di ITANPUD – Italian Network of People who Use Drugs, proviamo a spostare lo sguardo: dalle paure ai diritti, dal pregiudizio alla consapevolezza, dal silenzio alla parola.
Viviamo in un’epoca in cui tutto deve essere utile, produttivo, quantificabile. In questa corsa verso l’efficienza e l’immediatezza, la filosofia è diventata un tabù. Non nel senso di un argomento proibito, ma come qualcosa che la società evita, considera inutile, e di cui quasi si vergogna.
Chi oggi si dichiara appassionato di filosofia viene spesso guardato con scetticismo: “A cosa serve?”, “Con la filosofia non si mangia”, “Meglio studiare qualcosa di pratico”.
Eppure, proprio nel mondo che più sembra averla superata, la filosofia è più necessaria che mai.
Chi oggi si dichiara appassionato di filosofia viene spesso guardato con scetticismo: “A cosa serve?”, “Con la filosofia non si mangia”, “Meglio studiare qualcosa di pratico”.
Eppure, proprio nel mondo che più sembra averla superata, la filosofia è più necessaria che mai.
Ci sono corpi che si sottraggono al silenzio.
Corpi che hanno imparato a convivere con lo sguardo degli altri, con la critica travestita da consiglio, con la gentilezza paternalistica che pesa più di un insulto.
Corpi che — per esistere — devono giustificarsi.
È da qui che nasce “Curvy Dream. Forme da sogno”, la settima edizione del calendario ideato dal fotografo bresciano Piero Beghi, conosciuto in tutta Italia come il fotografo delle curvy.
Corpi che hanno imparato a convivere con lo sguardo degli altri, con la critica travestita da consiglio, con la gentilezza paternalistica che pesa più di un insulto.
Corpi che — per esistere — devono giustificarsi.
È da qui che nasce “Curvy Dream. Forme da sogno”, la settima edizione del calendario ideato dal fotografo bresciano Piero Beghi, conosciuto in tutta Italia come il fotografo delle curvy.
C’è un’educazione che non si limita a insegnare, ma che prova a trasformare il mondo.
Ne parliamo con Giovanna Giacomini, educatrice e fondatrice del progetto Scuole Felici, che ci invita a ripensare la scuola non come luogo di addestramento, ma come spazio di libertà, dialogo e cura del futuro.
Perché se il sapere non passa per il corpo, per il cuore e per il coraggio di cambiare, rischia di restare sterile.
E allora: che scuola vogliamo abitare? E soprattutto, che tipo di umanità vogliamo crescere?
Ne parliamo con Giovanna Giacomini, educatrice e fondatrice del progetto Scuole Felici, che ci invita a ripensare la scuola non come luogo di addestramento, ma come spazio di libertà, dialogo e cura del futuro.
Perché se il sapere non passa per il corpo, per il cuore e per il coraggio di cambiare, rischia di restare sterile.
E allora: che scuola vogliamo abitare? E soprattutto, che tipo di umanità vogliamo crescere?
Napoli è spesso vista come un tabù culturale, sociale e persino emotivo. Scopri perché questa città divide, spaventa e affascina — e come sfatare i pregiudizi che la circondano
Cosa significa rinunciare oggi? In una società che celebra la carriera, l’autorealizzazione e il successo individuale, mettere in pausa un percorso professionale per seguire il proprio partner può apparire come un gesto anacronistico. O peggio: una sconfitta.
Eppure, come ci racconta Marta Guidarelli, ex dirigente in Campari e oggi studentessa negli Stati Uniti, questa scelta può essere tutt’altro che una rinuncia.
È una forma di libertà. Un atto pieno, consapevole, in cui famiglia, affetto e desiderio tornano ad avere cittadinanza nella narrazione delle donne.
Eppure, come ci racconta Marta Guidarelli, ex dirigente in Campari e oggi studentessa negli Stati Uniti, questa scelta può essere tutt’altro che una rinuncia.
È una forma di libertà. Un atto pieno, consapevole, in cui famiglia, affetto e desiderio tornano ad avere cittadinanza nella narrazione delle donne.
Il Festivalfilosofia 2025, che si è svolto dal 19 al 21 settembre a Modena, Carpi e Sassuolo, ha chiuso la sua 25ª edizione con un successo che va oltre i numeri. Il tema, Paideia, ha trasformato le città in un’aula diffusa, in cui migliaia di persone hanno respirato insieme la forza dell’educazione, della formazione e della cultura condivisa.
Siamo sempre più connessi, ma forse anche sempre più lontani da noi stessi.
Viviamo in una realtà dove l’intelligenza artificiale ci suggerisce cosa leggere, cosa guardare, cosa pensare.
Ma a forza di delegare tutto alle macchine, cosa resta della nostra libertà?
C’è qualcosa che sta rischiando di diventare il nuovo, grande tabù: l’essere umano.
Per affrontare questa complessa e scomoda verità, abbiamo dialogato con Paolo Ercolani, filosofo, scrittore e saggista oltre che docente dell'Istituto Italiano per gli Studi Filosofici; ha scritto libri e articoli scientifici ed è autore di numerosi articoli per varie testate, tra cui «La Lettura» del «Corriere della Sera», «il Manifesto» e «MicroMega»”.
Viviamo in una realtà dove l’intelligenza artificiale ci suggerisce cosa leggere, cosa guardare, cosa pensare.
Ma a forza di delegare tutto alle macchine, cosa resta della nostra libertà?
C’è qualcosa che sta rischiando di diventare il nuovo, grande tabù: l’essere umano.
Per affrontare questa complessa e scomoda verità, abbiamo dialogato con Paolo Ercolani, filosofo, scrittore e saggista oltre che docente dell'Istituto Italiano per gli Studi Filosofici; ha scritto libri e articoli scientifici ed è autore di numerosi articoli per varie testate, tra cui «La Lettura» del «Corriere della Sera», «il Manifesto» e «MicroMega»”.
Essere camionista, per Laura Broglio, non è stato il coronamento di una passione d’infanzia, ma l’inizio inatteso di una rivoluzione personale.
In un settore dominato dagli uomini, ha scelto la cabina di un camion come spazio di emancipazione, di lotta contro stereotipi e tabù, e come strumento per creare comunità.
La sua voce e la sua presenza online, con Una ragazza in camion, diventano un manifesto: non solo per ridefinire cosa significhi lavorare, ma per smontare il “mito del sacrificio” e affermare che professionalità e cura di sé possono (e devono) coesistere.
In un settore dominato dagli uomini, ha scelto la cabina di un camion come spazio di emancipazione, di lotta contro stereotipi e tabù, e come strumento per creare comunità.
La sua voce e la sua presenza online, con Una ragazza in camion, diventano un manifesto: non solo per ridefinire cosa significhi lavorare, ma per smontare il “mito del sacrificio” e affermare che professionalità e cura di sé possono (e devono) coesistere.
Con Murat Cinar, giornalista, analista e voce libera dentro e fuori il giornalismo italiano, entriamo in uno dei territori più tabù del nostro tempo: il ruolo dei media nella costruzione (o nel silenzio) dei conflitti. Dalla Turchia a Gaza, passando per il linguaggio, l’invisibilità delle minoranze nelle redazioni e l’indifferenza mascherata da “neutralità”, questa intervista scava dentro quello che non si dice, e ancora di più, come non lo si dice.