È mattina presto. Prima che il mondo si svegli, prima che la casa si riempia di
rumori e richieste, ti prepari il solito caffè. Quel momento dovrebbe essere il tuo
piccolo rito quotidiano, un frammento di pace. Ma mentre l’acqua bolle, la
mente già corre: “Devo ricordarmi di mettere la lavatrice.” Hai una lista. L’hai
sempre avuta. Ti hanno insegnato che essere organizzata è sinonimo di
efficienza, di valore. E così, mentre il caffè si prepara, un altro pensiero si
affaccia: “Devo andare in banca a pranzo.” Poi un altro: “Oggi c’è la riunione
genitori a scuola.” Ti ricordi che tuo marito ti ha chiesto il suo piatto preferito per cena. Ma il frigo è vuoto. Dopo la riunione, devi assolutamente passare al supermercato. È il suo compleanno, non puoi deluderlo. E poi c’è il lavoro. Una lista infinita di cose da fare, magari per uno stipendio che non basta nemmeno per concederti una manicure o una piega dal parrucchiere. Ma almeno ti permette di pagare le bollette. Non hai ancora finito il caffè e sei già esausta.
rumori e richieste, ti prepari il solito caffè. Quel momento dovrebbe essere il tuo
piccolo rito quotidiano, un frammento di pace. Ma mentre l’acqua bolle, la
mente già corre: “Devo ricordarmi di mettere la lavatrice.” Hai una lista. L’hai
sempre avuta. Ti hanno insegnato che essere organizzata è sinonimo di
efficienza, di valore. E così, mentre il caffè si prepara, un altro pensiero si
affaccia: “Devo andare in banca a pranzo.” Poi un altro: “Oggi c’è la riunione
genitori a scuola.” Ti ricordi che tuo marito ti ha chiesto il suo piatto preferito per cena. Ma il frigo è vuoto. Dopo la riunione, devi assolutamente passare al supermercato. È il suo compleanno, non puoi deluderlo. E poi c’è il lavoro. Una lista infinita di cose da fare, magari per uno stipendio che non basta nemmeno per concederti una manicure o una piega dal parrucchiere. Ma almeno ti permette di pagare le bollette. Non hai ancora finito il caffè e sei già esausta.
Ognuno di noi ha le proprie date del cuore da segnare puntualmente sul calendario: chi il compleanno del figlio, l’anniversario di fidanzamento col partner di turno o magari appuntamenti con meno sentimentalismi alle spalle come l’inizio delle tanto sudate vacanze o il concerto di quel
biglietto comprato in un semplice momento di noia più di un anno prima.
E se vi dicessi che ad essere cerchiate in un segno di promemoria ci fossero anche le date dei saldi?
biglietto comprato in un semplice momento di noia più di un anno prima.
E se vi dicessi che ad essere cerchiate in un segno di promemoria ci fossero anche le date dei saldi?
Essere camionista, per Laura Broglio, non è stato il coronamento di una passione d’infanzia, ma l’inizio inatteso di una rivoluzione personale.
In un settore dominato dagli uomini, ha scelto la cabina di un camion come spazio di emancipazione, di lotta contro stereotipi e tabù, e come strumento per creare comunità.
La sua voce e la sua presenza online, con Una ragazza in camion, diventano un manifesto: non solo per ridefinire cosa significhi lavorare, ma per smontare il “mito del sacrificio” e affermare che professionalità e cura di sé possono (e devono) coesistere.
In un settore dominato dagli uomini, ha scelto la cabina di un camion come spazio di emancipazione, di lotta contro stereotipi e tabù, e come strumento per creare comunità.
La sua voce e la sua presenza online, con Una ragazza in camion, diventano un manifesto: non solo per ridefinire cosa significhi lavorare, ma per smontare il “mito del sacrificio” e affermare che professionalità e cura di sé possono (e devono) coesistere.
La malattia mentale non conosce genere: riguarda madri e padri, e inevitabilmente, coinvolge l’intero nucleo familiare.
I dati però parlano chiaro: le donne, soprattutto nel periodo perinatale (dalla gravidanza al primo anno dopo il parto), sono più esposte a depressione e disturbi d’ansia.
Su di loro pesa un elevato carico culturale e sociale, alimentato da un ideale di maternità perfetta: madre instancabile, sempre accogliente, priva di fragilità. Questo tabù è ormai noto e nasce da un modello sociale che pretende la perfezione dalle madri e rende invisibili i padri.
I dati però parlano chiaro: le donne, soprattutto nel periodo perinatale (dalla gravidanza al primo anno dopo il parto), sono più esposte a depressione e disturbi d’ansia.
Su di loro pesa un elevato carico culturale e sociale, alimentato da un ideale di maternità perfetta: madre instancabile, sempre accogliente, priva di fragilità. Questo tabù è ormai noto e nasce da un modello sociale che pretende la perfezione dalle madri e rende invisibili i padri.
Il termine "matrimonio" affonda le sue radici nell’etimologia latina mater (madre) e monus (dovere), indicando originariamente il “dovere della madre”. Un concetto che rimanda a un’epoca in cui l’unione tra due persone era fortemente legata a obblighi sociali, familiari e riproduttivi.
Oggi, fortunatamente, il matrimonio non è più una tappa obbligata nella vita di tutti, ma sempre più una scelta consapevole.
Oggi, fortunatamente, il matrimonio non è più una tappa obbligata nella vita di tutti, ma sempre più una scelta consapevole.
Nonostante la sessualità stia progressivamente uscendo dalla dimensione di tabù che l’ha sempre caratterizzata, lo stesso non accade per il piacere femminile. Questo continua a essere rimosso, silenziato e marginalizzato.
Mentre la ricerca spasmodica di un sud a misura d’uomo investe una realtà ai margini della storia, le località tradiscono la loro identità per accogliere questa richiesta, o comunque la mettono in vetrina. Tutto diventa performance di genuinità e in questo meccanismo di marketing qualcuno resta ammaliato e qualcuno resta fregato.
Con Murat Cinar, giornalista, analista e voce libera dentro e fuori il giornalismo italiano, entriamo in uno dei territori più tabù del nostro tempo: il ruolo dei media nella costruzione (o nel silenzio) dei conflitti. Dalla Turchia a Gaza, passando per il linguaggio, l’invisibilità delle minoranze nelle redazioni e l’indifferenza mascherata da “neutralità”, questa intervista scava dentro quello che non si dice, e ancora di più, come non lo si dice.
Oggi è il 10 settembre, giornata internazionale della prevenzione del suicidio. Viviamo in una società edonistica, una società che si tiene alla larga dal dolore e considera debole una persona che è solo sofferente, tutto ciò ci allontana anche dalla sofferenza psichica.
Qual è il posto del sapere in materia di psiche? La persona che mi pone questa scomodissima domanda – e che ringrazio, non senza ironia – è persona troppo arguta per non sapere che la sua domanda non mira affatto alla costruzione delle nozioni, cosa di cui si occupano i pedagogisti, ma al cuore stesso degli esseri umani. Qual è, però, questo cuore? Escludiamo l’organo, dominio dei medici, ed escludiamo pure l’amor lirico, dominio dei poeti e dei loro affini, ma non sottraiamoci alla domanda. È di ciò che fa soffrire, che qui si tratta, di quella penosa sensazione di essere mancanti, su cui tanto l’amore quanto le passioni (liebe unt arbeit, diceva Freud), facendo apparire un al di là di felicità in vece di un al di qua indefinibile, calano il più pietoso dei veli.