Essere in uno stato di disoccupazione o inoccupazione può essere considerato un tabù, perché viviamo in una società individualista che tende ad attribuire la colpa di queste condizioni ai singoli individui invece che alla società e la disoccupazione o l’inoccupazione possono diventare sinonimo di fallimento personale o mancanza di intraprendenza.
C’è un tabù che abita silenziosamente le aule, i quaderni, i nostri ricordi di scuola:
l’idea che la matematica non abbia cuore.
Che sia fatta solo di numeri, regole, rigore; che non conosca emozione, stupore o poesia.
Eppure, se proviamo a guardarla diversamente, la matematica ci parla di armonia, di proporzioni perfette, di legami invisibili. È un linguaggio che tenta, con precisione e pazienza, di disegnare l’universo.
Oggi, persino un cuore — quella forma simbolica che associamo al sentimento — può nascere da una formula.
l’idea che la matematica non abbia cuore.
Che sia fatta solo di numeri, regole, rigore; che non conosca emozione, stupore o poesia.
Eppure, se proviamo a guardarla diversamente, la matematica ci parla di armonia, di proporzioni perfette, di legami invisibili. È un linguaggio che tenta, con precisione e pazienza, di disegnare l’universo.
Oggi, persino un cuore — quella forma simbolica che associamo al sentimento — può nascere da una formula.
Essere sibling significa una marea di cose.
Significa conoscere il mondo con occhi, mani e orecchie diverse dal solito, ma non per questo meno valide, anzi.
Significa condividere esperienze in ogni dove, che sia all'università per la tesi di laurea o per un incontro fugace con una compagna di università che il giorno dopo fa letteralmente perdere le proprie tracce, o su un treno che prendi tutti i giorni in cui ti ritrovi anche a dover difendere il tuo familiare autistico da due tizie che, credendolo un depravato perché sta mimando un urlo di Dragon Ball, si spostano di vagone e tu vai loro incontro per chiarire, finendo per mettersi loro a figura di merda.
Significa conoscere il mondo con occhi, mani e orecchie diverse dal solito, ma non per questo meno valide, anzi.
Significa condividere esperienze in ogni dove, che sia all'università per la tesi di laurea o per un incontro fugace con una compagna di università che il giorno dopo fa letteralmente perdere le proprie tracce, o su un treno che prendi tutti i giorni in cui ti ritrovi anche a dover difendere il tuo familiare autistico da due tizie che, credendolo un depravato perché sta mimando un urlo di Dragon Ball, si spostano di vagone e tu vai loro incontro per chiarire, finendo per mettersi loro a figura di merda.
Viviamo in un’epoca in cui tutto deve essere utile, produttivo, quantificabile. In questa corsa verso l’efficienza e l’immediatezza, la filosofia è diventata un tabù. Non nel senso di un argomento proibito, ma come qualcosa che la società evita, considera inutile, e di cui quasi si vergogna.
Chi oggi si dichiara appassionato di filosofia viene spesso guardato con scetticismo: “A cosa serve?”, “Con la filosofia non si mangia”, “Meglio studiare qualcosa di pratico”.
Eppure, proprio nel mondo che più sembra averla superata, la filosofia è più necessaria che mai.
Chi oggi si dichiara appassionato di filosofia viene spesso guardato con scetticismo: “A cosa serve?”, “Con la filosofia non si mangia”, “Meglio studiare qualcosa di pratico”.
Eppure, proprio nel mondo che più sembra averla superata, la filosofia è più necessaria che mai.
Se c'è un tabù ancora imbattibile, sicuramente è quello di ricorrere alla psicoterapia: vige ancora la convinzione che solo coloro che non vanno d'accordo con nessunə e che litigano col mondo intero debbano andare in terapia. Ciò alleggerisce le coscienze di chi, la coscienza, non l'ha mai guardata né tanto meno curata: dopotutto, è proprio la mancanza di consapevolezza a rendere le persone arroganti con chi decide di affidarsi a cure psicologiche perché “tanto io non ne ho bisogno, sei tu a non stare bene con la testa, sei tu a dare di matto!”
Eyes on Palestine vuole evidenziare come le persone comuni, in tutto il mondo, si rapportano e vivono il conflitto israelo palestinese, soprattutto riguardo il genocidio in corso. I cittadini si esprimono, in maniera più diretta scendendo in piazza durante le manifestazioni indette per il popolo palestinese, e durante altri cortei sono presenti bandiere e slogan che chiedono la pace.
Ci sono corpi che si sottraggono al silenzio.
Corpi che hanno imparato a convivere con lo sguardo degli altri, con la critica travestita da consiglio, con la gentilezza paternalistica che pesa più di un insulto.
Corpi che — per esistere — devono giustificarsi.
È da qui che nasce “Curvy Dream. Forme da sogno”, la settima edizione del calendario ideato dal fotografo bresciano Piero Beghi, conosciuto in tutta Italia come il fotografo delle curvy.
Corpi che hanno imparato a convivere con lo sguardo degli altri, con la critica travestita da consiglio, con la gentilezza paternalistica che pesa più di un insulto.
Corpi che — per esistere — devono giustificarsi.
È da qui che nasce “Curvy Dream. Forme da sogno”, la settima edizione del calendario ideato dal fotografo bresciano Piero Beghi, conosciuto in tutta Italia come il fotografo delle curvy.
Napoli è spesso vista come un tabù culturale, sociale e persino emotivo. Scopri perché questa città divide, spaventa e affascina — e come sfatare i pregiudizi che la circondano
Nella nostra società sembra ci sia un tempo per ogni cosa: il tempo di scegliere la scuola, quello di prendere la patente, il tempo di iniziare a lavorare, quello di avere figli, il tempo di sposarsi, quello di diventare “qualcuno”. Ma non ci siamo mai soffermati nel capire il motivo di questa corsa. Viviamo vite ordinarie in cui sembriamo muoverci come personaggi di un videogame, dove la diversità sembra uno ostacolo, la paura un atto di debolezza e la ribellione una via anticonformista. Invece è proprio l’esatto contrario.
In Italia, una famiglia su sei affronta la perdita di un figlio in gravidanza o dopo la nascita. È un evento frequente eppure quando ci si trova in mezzo, spesso si resta con un alone di silenzio attorno: nessuno sa davvero cosa dire, quale sia la cosa giusta da fare, ci si sente goffi di fronte a qualcosa di cui non si è mai sentito parlare. Se poi per mancanza di formazione l’indifferenza comincia in ospedale, nel luogo che più dovrebbe farci sentire al sicuro, allora il lutto si complica ancor di più. Sì, perché il lutto perinatale è una delle esperienze più dolorose e traumatiche che si possa vivere e come tale necessita di riconoscimento e sostegno.