In un tempo che esige leggerezza, efficienza emotiva e felicità ostentata, la malinconia resta una delle emozioni più fraintese e rimosse. Spesso confusa con debolezza o fallimento, viene nascosta, normalizzata, talvolta temuta. Eppure, proprio ciò che cerchiamo di scacciare continua a bussare, chiedendo ascolto.
Ne parliamo con Daniele Zepparelli, presidente dell’Umbria Green Festival, una realtà che da anni intreccia ambiente, cultura e sensibilità umana, e ideatore del primo Festival della Malinconia.
Ne parliamo con Daniele Zepparelli, presidente dell’Umbria Green Festival, una realtà che da anni intreccia ambiente, cultura e sensibilità umana, e ideatore del primo Festival della Malinconia.
L’adolescenza è uno dei grandi tabù del nostro tempo. La nominiamo spesso, la osserviamo da lontano, la misuriamo con categorie rassicuranti, ma raramente la ascoltiamo davvero. La idealizziamo come promessa di libertà o la temiamo come minaccia di disordine, senza accettare ciò che davvero ci chiede: di sostare nell’incertezza, di fare i conti con la fragilità, di rinunciare al controllo.
In questa conversazione con Michela Marzano, l’adolescenza emerge non come problema da risolvere, ma come esperienza da reggere. Un tempo di passaggio che interroga il corpo, il desiderio, l’identità e, soprattutto, gli adulti stessi.
In questa conversazione con Michela Marzano, l’adolescenza emerge non come problema da risolvere, ma come esperienza da reggere. Un tempo di passaggio che interroga il corpo, il desiderio, l’identità e, soprattutto, gli adulti stessi.
Ci sono storie che nascono da una ferita e diventano possibilità di guarigione. Ci sono voci che, scegliendo di raccontarsi, infrangono il silenzio dei tabù e aprono spazi di libertà per chi legge. L’incontro con Ciro Cacciola – giornalista, dj, autore di libri e curatore di numerosi progetti editoriali – si inserisce proprio in questa prospettiva.
Il suo libro, Il ragazzo dai pantaloni rosa, non è solo un romanzo di formazione: è un viaggio intimo e collettivo che attraversa l’identità, la memoria e il coraggio di essere se stessi al di là degli sguardi e dei giudizi.
Il suo libro, Il ragazzo dai pantaloni rosa, non è solo un romanzo di formazione: è un viaggio intimo e collettivo che attraversa l’identità, la memoria e il coraggio di essere se stessi al di là degli sguardi e dei giudizi.
C’è un confine invisibile che separa ciò che possiamo nominare da ciò che la società preferisce silenziare.
Le droghe, più che sostanze, sono diventate simboli: del peccato, della devianza, della perdita di controllo. Ma dietro la cortina del proibizionismo si nasconde una verità scomoda — quella di corpi e vite che chiedono riconoscimento, diritti, libertà di scegliere e di sbagliare.
Parlare del “tabù della droga” significa interrogare le radici morali e politiche che hanno costruito lo stigma: non tanto contro le sostanze, ma contro le persone che le usano.
Con Alessio Guidotti, presidente di ITANPUD – Italian Network of People who Use Drugs, proviamo a spostare lo sguardo: dalle paure ai diritti, dal pregiudizio alla consapevolezza, dal silenzio alla parola.
Le droghe, più che sostanze, sono diventate simboli: del peccato, della devianza, della perdita di controllo. Ma dietro la cortina del proibizionismo si nasconde una verità scomoda — quella di corpi e vite che chiedono riconoscimento, diritti, libertà di scegliere e di sbagliare.
Parlare del “tabù della droga” significa interrogare le radici morali e politiche che hanno costruito lo stigma: non tanto contro le sostanze, ma contro le persone che le usano.
Con Alessio Guidotti, presidente di ITANPUD – Italian Network of People who Use Drugs, proviamo a spostare lo sguardo: dalle paure ai diritti, dal pregiudizio alla consapevolezza, dal silenzio alla parola.
C’è un’educazione che non si limita a insegnare, ma che prova a trasformare il mondo.
Ne parliamo con Giovanna Giacomini, educatrice e fondatrice del progetto Scuole Felici, che ci invita a ripensare la scuola non come luogo di addestramento, ma come spazio di libertà, dialogo e cura del futuro.
Perché se il sapere non passa per il corpo, per il cuore e per il coraggio di cambiare, rischia di restare sterile.
E allora: che scuola vogliamo abitare? E soprattutto, che tipo di umanità vogliamo crescere?
Ne parliamo con Giovanna Giacomini, educatrice e fondatrice del progetto Scuole Felici, che ci invita a ripensare la scuola non come luogo di addestramento, ma come spazio di libertà, dialogo e cura del futuro.
Perché se il sapere non passa per il corpo, per il cuore e per il coraggio di cambiare, rischia di restare sterile.
E allora: che scuola vogliamo abitare? E soprattutto, che tipo di umanità vogliamo crescere?
Essere donna, avvocata penalista e attivista significa muoversi ogni giorno in spazi ancora troppo segnati da disuguaglianze. L’avvocata Melania Costantino ci accompagna nel suo racconto, dove professione e vita personale si intrecciano in una lotta continua per i diritti, la giustizia e l’accoglienza.
Cosa significa rinunciare oggi? In una società che celebra la carriera, l’autorealizzazione e il successo individuale, mettere in pausa un percorso professionale per seguire il proprio partner può apparire come un gesto anacronistico. O peggio: una sconfitta.
Eppure, come ci racconta Marta Guidarelli, ex dirigente in Campari e oggi studentessa negli Stati Uniti, questa scelta può essere tutt’altro che una rinuncia.
È una forma di libertà. Un atto pieno, consapevole, in cui famiglia, affetto e desiderio tornano ad avere cittadinanza nella narrazione delle donne.
Eppure, come ci racconta Marta Guidarelli, ex dirigente in Campari e oggi studentessa negli Stati Uniti, questa scelta può essere tutt’altro che una rinuncia.
È una forma di libertà. Un atto pieno, consapevole, in cui famiglia, affetto e desiderio tornano ad avere cittadinanza nella narrazione delle donne.
Siamo sempre più connessi, ma forse anche sempre più lontani da noi stessi.
Viviamo in una realtà dove l’intelligenza artificiale ci suggerisce cosa leggere, cosa guardare, cosa pensare.
Ma a forza di delegare tutto alle macchine, cosa resta della nostra libertà?
C’è qualcosa che sta rischiando di diventare il nuovo, grande tabù: l’essere umano.
Per affrontare questa complessa e scomoda verità, abbiamo dialogato con Paolo Ercolani, filosofo, scrittore e saggista oltre che docente dell'Istituto Italiano per gli Studi Filosofici; ha scritto libri e articoli scientifici ed è autore di numerosi articoli per varie testate, tra cui «La Lettura» del «Corriere della Sera», «il Manifesto» e «MicroMega»”.
Viviamo in una realtà dove l’intelligenza artificiale ci suggerisce cosa leggere, cosa guardare, cosa pensare.
Ma a forza di delegare tutto alle macchine, cosa resta della nostra libertà?
C’è qualcosa che sta rischiando di diventare il nuovo, grande tabù: l’essere umano.
Per affrontare questa complessa e scomoda verità, abbiamo dialogato con Paolo Ercolani, filosofo, scrittore e saggista oltre che docente dell'Istituto Italiano per gli Studi Filosofici; ha scritto libri e articoli scientifici ed è autore di numerosi articoli per varie testate, tra cui «La Lettura» del «Corriere della Sera», «il Manifesto» e «MicroMega»”.
Essere camionista, per Laura Broglio, non è stato il coronamento di una passione d’infanzia, ma l’inizio inatteso di una rivoluzione personale.
In un settore dominato dagli uomini, ha scelto la cabina di un camion come spazio di emancipazione, di lotta contro stereotipi e tabù, e come strumento per creare comunità.
La sua voce e la sua presenza online, con Una ragazza in camion, diventano un manifesto: non solo per ridefinire cosa significhi lavorare, ma per smontare il “mito del sacrificio” e affermare che professionalità e cura di sé possono (e devono) coesistere.
In un settore dominato dagli uomini, ha scelto la cabina di un camion come spazio di emancipazione, di lotta contro stereotipi e tabù, e come strumento per creare comunità.
La sua voce e la sua presenza online, con Una ragazza in camion, diventano un manifesto: non solo per ridefinire cosa significhi lavorare, ma per smontare il “mito del sacrificio” e affermare che professionalità e cura di sé possono (e devono) coesistere.
Con Murat Cinar, giornalista, analista e voce libera dentro e fuori il giornalismo italiano, entriamo in uno dei territori più tabù del nostro tempo: il ruolo dei media nella costruzione (o nel silenzio) dei conflitti. Dalla Turchia a Gaza, passando per il linguaggio, l’invisibilità delle minoranze nelle redazioni e l’indifferenza mascherata da “neutralità”, questa intervista scava dentro quello che non si dice, e ancora di più, come non lo si dice.