Jenny Samarati
Adoro scrivere: circa vent'anni fa ho imparato a farlo e, da allora, non ho quasi mai smesso. Scrivo per me stessa, per gli altri, per gli ultimi tra gli ultimi, gli animali, nella speranza di lasciare semi, fuori e dentro di me.Da quando sono stata ricoverata in SPDC per problemi di salute mentale, questa attività si è intensificata: la malattia mi ha portato via tanto, ma la noia del reparto mi ha insegnato a osservare le altre persone, a cercare, senza presunzione, di leggerle.Qui desidero dunque affrontare prima di tutto i miei, di tabù relativi alla salute mentale, farci i conti e sviscerarli, nel tentativo tuttavia di raggiungere coloro che di questi ultimi sono vittime e anche chi ne è, inconsapevolmente, carnefice.
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In questo post è trattato il tabù del corpo. In particolare, del viverlo senza giudizi e sensi di colpa. Del desiderarlo sano, prima ancora che socialmente considerabile "bello". In una società che ci vuole costantemente affamati e affamate (di vita, di cibo, di cultura, di approvazione, di amore...), nutrirsi e accettarsi diventano gesti fortemente rivoluzionari. Gesti quasi proibiti, appunto.
In questo post è trattato il tabù della morte di un animale a noi caro. Attraverso l'esperienza personale dell'autrice, l'Aldilà si fa pesantemente presente a ricordarci come il modo in cui trattiamo gli altri animali è diverso persino quando muoiono. E come questa differenza vada a pesare anche su coloro che questi animali hanno amato, che non hanno così la possibilità di affrontare come si deve il lutto, rischiando di ledere (più o meno pesantemente) la propria salute mentale.
In questo post è trattato il tabù della follia. Di come faccia paura parlarne, di come essere etichettato o etichettata "folle" sia ancora enormemente stigmatizzante. La speranza dell'autrice è quella di aprire una crepa, una finestra sul mondo ancora troppo poco conosciuto, e per questo ricalcato di pregiudizi, di coloro che vengono additati come matti. La sua richiesta al lettore è, ancora una volta, quella di non temere di parlare, ma prima ancora di osservare, addentrandosi nello spettacolare labirinto della mente.
In questo post è trattato il tabù del bullismo. Non del bullismo in quanto tale, ma del silenzio che la parola stessa crea intorno a sé. Del giudizio non più solo dei bulli, ma del mondo esterno. Del timore di esagerare lamentandosi di qualcosa che non si riesce nemmeno a pronunciare. L'autrice si distacca dalla bambina e poi ragazzina che è stata e cerca di analizzare con occhi da adulta ciò che è accaduto: bullismo. Ma nessuno l'ha mai chiamato così. Perchè?
In questo post è trattato il tabù di quello che viene, con estremo stigma, ridotto o associato troppo spesso a termini quali "narcisismo" e "manipolazione": il desiderio di restare nella mente degli altri, di essere pensati, attraverso il dolore. L'autrice ripercorre la sua storia di vita e ne fa la traccia per quello che diventa questa volta un testo ancor più personale, ma necessario. Per chiunque possa ritrovarsi nelle sue parole e non si riesca a perdonare, per chiunque viva con chi sta male e, a volte, ha sperimentato la spiacevole sensazione di essere manipolato.
In questo post è trattato il tabù del suicidio. Di come l'autrice sia stata esposta fin da bambina alla pesante ombra di questo argomento, di come poi sia divenuto parte della sua storia. Si narra della difficoltà di parlarne, di quanto ancora questo tema ancestrale venga allontanato dalle conversazioni. Eppure, discuterne è essenziale e può essere vitale. Allora, perché non farlo?