Samantha Bovo
Samantha Bovo, laureanda in Scienze e Tecniche Psicologiche. La mia è una vita un po' al contrario: prima madre di tre figli, poi studentessa universitaria, con una passione profonda per lo studio della mente, probabilmente alimentata dall'esperienza e dalla maturità. Mi occupo di divulgazione psicologica attraverso una pagina dedicata, dove intreccio rigore scientifico e sensibilità umana per affrontare temi legati al funzionamento psichico. Sono volontaria e attivista digitale per Progetto Itaca, associazione che si occupa di salute mentale.
Amo il canto e lo pratico principalmente come corista. Adoro scrivere e considero la scrittura uno strumento capace di trasformare i vissuti personali in conoscenza condivisa. Credo che affrontare i temi socialmente più scomodi significhi generare consapevolezza, stimolare il pensiero critico e aprire spazi di benessere.
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Curare la salute fisica con i farmaci è un gesto normale, quotidiano, privo di imbarazzo.
Quando si parla di psicofarmaci, il discorso cambia: assumere un antidepressivo o uno stabilizzatore dell’umore diventa un atto circondato da sospetto e stigma. Chi li utilizza rischia di essere percepito come debole, pericoloso o poco affidabile. Questa idea non nasce dalla scienza, ma da un tabù culturale che ancora oggi pesa sulla salute mentale.
C’è chi vive nel mondo con una pelle più sottile.
Chi si sente “troppo”: troppo empatico, troppo fragile, troppo attento ai dettagli che gli altri non notano.
Chi, dopo aver inviato un messaggio, passa ore a chiedersi se abbia detto qualcosa di sbagliato.
Chi vorrebbe sentire di meno, proteggersi di più, imparare a non notare tutto quello che nota.
Essere sensibili è ancora considerato un difetto.
Scopriamo insieme perché certe parole online sono un vero tabù e come gli algoritmi influenzano la nostra comunicazione. Parleremo di termini delicati come suic*dio e autoles#one e di come questo possa impattare sulla salute mentale nell'era dei social. Un viaggio tra linguaggio e strategie di visibilità!
In questo post esploriamo come la fede possa aiutarci a riempire il vuoto che la consapevolezza della morte e dell'incertezza porta nella nostra vita. Parleremo di come affrontare queste paure e trovare un senso, anche quando tutto sembra incerto. Un viaggio tra domande profonde e risposte che possono darci conforto!
La malattia mentale non conosce genere: riguarda madri e padri, e inevitabilmente, coinvolge l’intero nucleo familiare.
I dati però parlano chiaro: le donne, soprattutto nel periodo perinatale (dalla gravidanza al primo anno dopo il parto), sono più esposte a depressione e disturbi d’ansia.
Su di loro pesa un elevato carico culturale e sociale, alimentato da un ideale di maternità perfetta: madre instancabile, sempre accogliente, priva di fragilità. Questo tabù è ormai noto e nasce da un modello sociale che pretende la perfezione dalle madri e rende invisibili i padri.
In questo post esploriamo come nei momenti di crisi, come le tragedie collettive, la comunità si risveglia e si unisce, mentre nel quotidiano tendiamo a evitarci. Parleremo di come gli sconosciuti possano diventare fondamentali e dell'importanza di riconoscerci nei momenti difficili. Un viaggio tra picchi di solidarietà e i tabù del bisogno.
In questo post esploriamo un tema delicato e poco discusso: l'amore a prima vista non è sempre scontato quando nasce un figlio. Parliamo delle emozioni contrastanti che possono emergere e di come sia normale non sentirsi subito travolti dall'amore materno. Scopriamo insieme storie e riflessioni su questo argomento così profondo e umano.
Un padre non piange in sala parto. Non crolla la notte mentre tutti dormono. Non trema davanti alle bollette.
Il copione sembra scolpito: lavorare, reggere, proteggere. Essere pilastro, mai peso.
È una narrazione antica che, a tratti, ha persino rassicurato.
Eppure la realtà dice altro: fino a un padre su dieci sviluppa ansia o depressione nel periodo perinatale, con un picco nei primi sei mesi dopo la nascita.