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FiloTabù - Libertà di parlare, coraggio di svelare

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Il tabù di chi non lavora

Categoria Articoli Autore Alberta Robin Data 24 Nov 2025
Essere in uno stato di disoccupazione o inoccupazione può essere considerato un tabù, perché viviamo in una società individualista che tende ad attribuire la colpa di queste condizioni ai singoli individui invece che alla società e la disoccupazione o l’inoccupazione possono diventare sinonimo di fallimento personale o mancanza di intraprendenza.
Buttando via cose e spostando vari scatoloni, ad una certa però mi caddero dei testi del
liceo a cui non ho ancora avuto la forza di dire addio e, nel riprenderli, l’occhio si è posato subito su
di una pagina, anzi due, aperte una accanto all’altra: c’erano le foto di due opere d’arte,
apparentemente di una contemporaneità più attuale che mai per l’argomento trattato e invece poi
guardo meglio i paragrafi con i dati tecnici: 1967 e 1973.
Quelle opere avevano rispettivamente 58 e 52 anni, un lasso di tempo non irrisorio ma che,
nonostante ciò, mi parlavano.
È sempre stato un argomento che mi affascinava anche durante gli anni universitari: la capacità degli artisti (quelli davvero bravi) di “presagire” il futuro, anticipando problematiche/tematiche o cambiamenti sociali che si sarebbero verificati a distanza di 30, 40 o 50 anni. Poteri di chiaroveggenza o la semplice capacità di aver allenato maggiormente uno sguardo critico nei confronti del mondo circostante, ponendosi l’obbiettivo di andare oltre la superficie apparente del nostro essere?
C’è un tabù che abita silenziosamente le aule, i quaderni, i nostri ricordi di scuola:
l’idea che la matematica non abbia cuore.
Che sia fatta solo di numeri, regole, rigore; che non conosca emozione, stupore o poesia.
Eppure, se proviamo a guardarla diversamente, la matematica ci parla di armonia, di proporzioni perfette, di legami invisibili. È un linguaggio che tenta, con precisione e pazienza, di disegnare l’universo.
Oggi, persino un cuore — quella forma simbolica che associamo al sentimento — può nascere da una formula.
Vi siete mai fermati ad ascoltare i rumori della natura? Vi siete mai chiesti quali segreti custodisca e quali suoni possano sfuggire al nostro sguardo distratto? È proprio in questo silenzio che si nascondono creature rare e misteriose, come il gallo cedrone, il cui canto risuona ormai soltanto negli echi delle foreste più antiche.
È da queste riflessioni che nasce Whispers in the Woods (Le Chant des Forêts), il documentario immersivo del fotografo e regista francese Vincent Munier, uno dei più grandi interpreti del mondo selvaggio. Il film, presentato alla 20ª edizione della Mostra del Cinema di Roma, è un piccolo gioiello raro.
C’è un confine invisibile che separa ciò che possiamo nominare da ciò che la società preferisce silenziare.
Le droghe, più che sostanze, sono diventate simboli: del peccato, della devianza, della perdita di controllo. Ma dietro la cortina del proibizionismo si nasconde una verità scomoda — quella di corpi e vite che chiedono riconoscimento, diritti, libertà di scegliere e di sbagliare.
Parlare del “tabù della droga” significa interrogare le radici morali e politiche che hanno costruito lo stigma: non tanto contro le sostanze, ma contro le persone che le usano.
Con Alessio Guidotti, presidente di ITANPUD – Italian Network of People who Use Drugs, proviamo a spostare lo sguardo: dalle paure ai diritti, dal pregiudizio alla consapevolezza, dal silenzio alla parola.
Ha suscitato ampio dibattito, soprattutto tra gli addetti ai lavori, il lungo memo pubblicato da Bill Gates a fine ottobre, intitolato “Three Tough Truths About Climate”. Nel testo, Gates afferma di voler riportare il discorso sul cambiamento climatico alla realtà dei fatti, ma lo fa da una posizione peculiare: quella del miliardario filantropo che, pur non essendo scienziato né politico, può permettersi di dettare l’agenda del dibattito globale, definendo cosa è la verità senza mai sostanziarla.
Essere sibling significa una marea di cose.
Significa conoscere il mondo con occhi, mani e orecchie diverse dal solito, ma non per questo meno valide, anzi.
Significa condividere esperienze in ogni dove, che sia all'università per la tesi di laurea o per un incontro fugace con una compagna di università che il giorno dopo fa letteralmente perdere le proprie tracce, o su un treno che prendi tutti i giorni in cui ti ritrovi anche a dover difendere il tuo familiare autistico da due tizie che, credendolo un depravato perché sta mimando un urlo di Dragon Ball, si spostano di vagone e tu vai loro incontro per chiarire, finendo per mettersi loro a figura di merda.
Ci sono corpi che la città accoglie come parte naturale del suo paesaggio e corpi che invece percepisce come estranei. La dimensione razzializzata dello spazio urbano non si esprime soltanto attraverso episodi espliciti di discriminazione, ma nella geografia quotidiana che assegna centralità ad alcuni e margini ad altri. È qui che emerge il tabù migrante: la rimozione sistematica delle presenze diasporiche, la cancellazione delle loro storie, l’idea che lo spazio urbano possa essere neutro e universale mentre continua a produrre esclusioni.
Viviamo in un’epoca in cui tutto deve essere utile, produttivo, quantificabile. In questa corsa verso l’efficienza e l’immediatezza, la filosofia è diventata un tabù. Non nel senso di un argomento proibito, ma come qualcosa che la società evita, considera inutile, e di cui quasi si vergogna.
Chi oggi si dichiara appassionato di filosofia viene spesso guardato con scetticismo: “A cosa serve?”, “Con la filosofia non si mangia”, “Meglio studiare qualcosa di pratico”.
Eppure, proprio nel mondo che più sembra averla superata, la filosofia è più necessaria che mai.
Se c'è un tabù ancora imbattibile, sicuramente è quello di ricorrere alla psicoterapia: vige ancora la convinzione che solo coloro che non vanno d'accordo con nessunə e che litigano col mondo intero debbano andare in terapia. Ciò alleggerisce le coscienze di chi, la coscienza, non l'ha mai guardata né tanto meno curata: dopotutto, è proprio la mancanza di consapevolezza a rendere le persone arroganti con chi decide di affidarsi a cure psicologiche perché “tanto io non ne ho bisogno, sei tu a non stare bene con la testa, sei tu a dare di matto!”
FiloTabù ETS
CF: 96647800588
via San Telesforo 10, Roma

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