Nel primo articolo e nella prima intervista della rubrica SexFem abbiamo parlato rispettivamente di clitoride e maternità. Due parole che, ancora oggi, sembrano rappresentare i poli opposti attorno a cui ruota la sessualità femminile: da un lato il piacere, dall’altro la riproduzione, anche se sappiamo che è riduttiva questa dicotomia. Eppure, parlare di sesso femminile, nella nostra cultura, ha sempre voluto dire parlare di utero e maternità, in quanto la sessualità era finalizzata solamente alla riproduzione. La donna come madre, la sessualità come mezzo, mai come fine. Simone de Beauvoir, all’inizio de Il Secondo Sesso, lo spiega bene...
Quando No Other Land debutta alla Berlinale 2024, non passa inosservato. Fin dalle prime proiezioni è evidente di trovarsi davanti a un’opera destinata a lasciare un segno: il film conquista il Premio per il Miglior Documentario e il Premio del Pubblico della sezione Panorama, innescando da subito discussioni accese e un’attenzione internazionale insolita per un documentario politico così esplicito. Da lì comincia un viaggio che lo porterà tra i titoli più premiati dell’anno, fino agli European Film Awards 2024, dove vince come Miglior Documentario e ottiene la candidatura come Miglior Film. E nel 2025 arriva la consacrazione definitiva: No Other Land viene nominato agli Oscar come Miglior Documentario, proiettando la storia di Masafer Yatta nel cuore del discorso cinematografico globale.
Il tabù di oggi riguarda la solitudine dei genitori, soprattutto (ma non solo) delle madri.
Sei nel Meridione e provi a esprimere a parole le difficoltà genitoriali che ti fagocitano in una spirale senza fine. Ti aspetti una pacca sulla spalla, una mano che ti aiuti o con la prole o con la gestione della casa, un ascolto attento, attivo e senza giudizi. Qual è la realtà in molti casi?
Sei nel Meridione e provi a esprimere a parole le difficoltà genitoriali che ti fagocitano in una spirale senza fine. Ti aspetti una pacca sulla spalla, una mano che ti aiuti o con la prole o con la gestione della casa, un ascolto attento, attivo e senza giudizi. Qual è la realtà in molti casi?
Se facessimo un sondaggio tra alunne e alunni iscritti a Psicologia, chiedendo loro di esprimere la motivazione riguardo alla scelta del corso, statisticamente una significativa porzione risponderebbe: “Perché voglio aiutare gli altri”.
Una bella motivazione, diremmo, ma è davvero così?
Invece, non è scontato che si tratti di un buon punto di partenza per chi abbia intenzione di lavorare a diretto contatto con le persone.
Una bella motivazione, diremmo, ma è davvero così?
Invece, non è scontato che si tratti di un buon punto di partenza per chi abbia intenzione di lavorare a diretto contatto con le persone.
Il 25 novembre rischia sempre di trasformarsi in un esercizio di memoria rituale: qualche parola spesa, qualche numero ripetuto, un senso di indignazione collettiva che dura lo spazio di una giornata. Eppure la violenza contro le donne non è una ricorrenza da ricordare, ma una struttura quotidiana che organizza le nostre vite, i nostri spazi, le nostre possibilità. Non è un episodio, né una somma di tragedie private. È un ordine sociale che continua a considerare i corpi femminili disponibili, esposti, trattabili.
Essere in uno stato di disoccupazione o inoccupazione può essere considerato un tabù, perché viviamo in una società individualista che tende ad attribuire la colpa di queste condizioni ai singoli individui invece che alla società e la disoccupazione o l’inoccupazione possono diventare sinonimo di fallimento personale o mancanza di intraprendenza.
Buttando via cose e spostando vari scatoloni, ad una certa però mi caddero dei testi del
liceo a cui non ho ancora avuto la forza di dire addio e, nel riprenderli, l’occhio si è posato subito su
di una pagina, anzi due, aperte una accanto all’altra: c’erano le foto di due opere d’arte,
apparentemente di una contemporaneità più attuale che mai per l’argomento trattato e invece poi
guardo meglio i paragrafi con i dati tecnici: 1967 e 1973.
Quelle opere avevano rispettivamente 58 e 52 anni, un lasso di tempo non irrisorio ma che,
nonostante ciò, mi parlavano.
È sempre stato un argomento che mi affascinava anche durante gli anni universitari: la capacità degli artisti (quelli davvero bravi) di “presagire” il futuro, anticipando problematiche/tematiche o cambiamenti sociali che si sarebbero verificati a distanza di 30, 40 o 50 anni. Poteri di chiaroveggenza o la semplice capacità di aver allenato maggiormente uno sguardo critico nei confronti del mondo circostante, ponendosi l’obbiettivo di andare oltre la superficie apparente del nostro essere?
liceo a cui non ho ancora avuto la forza di dire addio e, nel riprenderli, l’occhio si è posato subito su
di una pagina, anzi due, aperte una accanto all’altra: c’erano le foto di due opere d’arte,
apparentemente di una contemporaneità più attuale che mai per l’argomento trattato e invece poi
guardo meglio i paragrafi con i dati tecnici: 1967 e 1973.
Quelle opere avevano rispettivamente 58 e 52 anni, un lasso di tempo non irrisorio ma che,
nonostante ciò, mi parlavano.
È sempre stato un argomento che mi affascinava anche durante gli anni universitari: la capacità degli artisti (quelli davvero bravi) di “presagire” il futuro, anticipando problematiche/tematiche o cambiamenti sociali che si sarebbero verificati a distanza di 30, 40 o 50 anni. Poteri di chiaroveggenza o la semplice capacità di aver allenato maggiormente uno sguardo critico nei confronti del mondo circostante, ponendosi l’obbiettivo di andare oltre la superficie apparente del nostro essere?
C’è un tabù che abita silenziosamente le aule, i quaderni, i nostri ricordi di scuola:
l’idea che la matematica non abbia cuore.
Che sia fatta solo di numeri, regole, rigore; che non conosca emozione, stupore o poesia.
Eppure, se proviamo a guardarla diversamente, la matematica ci parla di armonia, di proporzioni perfette, di legami invisibili. È un linguaggio che tenta, con precisione e pazienza, di disegnare l’universo.
Oggi, persino un cuore — quella forma simbolica che associamo al sentimento — può nascere da una formula.
l’idea che la matematica non abbia cuore.
Che sia fatta solo di numeri, regole, rigore; che non conosca emozione, stupore o poesia.
Eppure, se proviamo a guardarla diversamente, la matematica ci parla di armonia, di proporzioni perfette, di legami invisibili. È un linguaggio che tenta, con precisione e pazienza, di disegnare l’universo.
Oggi, persino un cuore — quella forma simbolica che associamo al sentimento — può nascere da una formula.
Vi siete mai fermati ad ascoltare i rumori della natura? Vi siete mai chiesti quali segreti custodisca e quali suoni possano sfuggire al nostro sguardo distratto? È proprio in questo silenzio che si nascondono creature rare e misteriose, come il gallo cedrone, il cui canto risuona ormai soltanto negli echi delle foreste più antiche.
È da queste riflessioni che nasce Whispers in the Woods (Le Chant des Forêts), il documentario immersivo del fotografo e regista francese Vincent Munier, uno dei più grandi interpreti del mondo selvaggio. Il film, presentato alla 20ª edizione della Mostra del Cinema di Roma, è un piccolo gioiello raro.
È da queste riflessioni che nasce Whispers in the Woods (Le Chant des Forêts), il documentario immersivo del fotografo e regista francese Vincent Munier, uno dei più grandi interpreti del mondo selvaggio. Il film, presentato alla 20ª edizione della Mostra del Cinema di Roma, è un piccolo gioiello raro.
C’è un confine invisibile che separa ciò che possiamo nominare da ciò che la società preferisce silenziare.
Le droghe, più che sostanze, sono diventate simboli: del peccato, della devianza, della perdita di controllo. Ma dietro la cortina del proibizionismo si nasconde una verità scomoda — quella di corpi e vite che chiedono riconoscimento, diritti, libertà di scegliere e di sbagliare.
Parlare del “tabù della droga” significa interrogare le radici morali e politiche che hanno costruito lo stigma: non tanto contro le sostanze, ma contro le persone che le usano.
Con Alessio Guidotti, presidente di ITANPUD – Italian Network of People who Use Drugs, proviamo a spostare lo sguardo: dalle paure ai diritti, dal pregiudizio alla consapevolezza, dal silenzio alla parola.
Le droghe, più che sostanze, sono diventate simboli: del peccato, della devianza, della perdita di controllo. Ma dietro la cortina del proibizionismo si nasconde una verità scomoda — quella di corpi e vite che chiedono riconoscimento, diritti, libertà di scegliere e di sbagliare.
Parlare del “tabù della droga” significa interrogare le radici morali e politiche che hanno costruito lo stigma: non tanto contro le sostanze, ma contro le persone che le usano.
Con Alessio Guidotti, presidente di ITANPUD – Italian Network of People who Use Drugs, proviamo a spostare lo sguardo: dalle paure ai diritti, dal pregiudizio alla consapevolezza, dal silenzio alla parola.