Ilaria Iacconi Iambrenghi
Ilaria Iacconi Iambrenghi (1994) lavora tra architettura, comunicazione e sociologia urbana, esplorando le relazioni profonde tra spazio e società. Nei suoi progetti e nelle sue ricerche indaga come il costruito rifletta potere, memoria e possibilità, e come disuguaglianze, desideri e fragilità si inscrivano nella forma della città. Collabora con studi di architettura, istituzioni e realtà culturali, concependo la comunicazione come un vero e proprio atto architettonico: uno strumento per dare voce a ciò che la città tace e per aprire immaginari nuovi, inclusivi e radicali.
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Il 25 novembre rischia sempre di trasformarsi in un esercizio di memoria rituale: qualche parola spesa, qualche numero ripetuto, un senso di indignazione collettiva che dura lo spazio di una giornata. Eppure la violenza contro le donne non è una ricorrenza da ricordare, ma una struttura quotidiana che organizza le nostre vite, i nostri spazi, le nostre possibilità. Non è un episodio, né una somma di tragedie private. È un ordine sociale che continua a considerare i corpi femminili disponibili, esposti, trattabili.
Ogni città porta con sé ciò che mostra e ciò che nasconde. Camminando tra strade, piazze e palazzi vediamo superfici e geometrie, ma difficilmente ci soffermiamo sulle assenze che li attraversano. L’architettura e la pianificazione urbana non sono mai innocenti.
Per gran parte del Novecento il potere ha usato la paura come tecnologia di governo. Bastava uno shock: un attentato, un nemico da nominare, un allarme sicurezza. Era la psicologia del terrore, fondata sull’evento improvviso e sulla risposta immediata: spaventare per disciplinare, mobilitare, giustificare lo stato d’eccezione.
L’idea che la guerra sia una distrazione è più diffusa di quanto sembri.
Ma è anche pericolosa.
Parte da un presupposto fallace:
che i conflitti armati e la crisi climatica siano due sfere separate, in competizione per attirare l’attenzione pubblica.
In realtà sono profondamente intrecciati.
Ogni guerra accelera il collasso ecologico.
Produce emissioni massicce, devasta gli ecosistemi, distrugge infrastrutture energetiche e agricole, innesca migrazioni forzate, interrompe le politiche ambientali locali e spinge gli Stati a reinvestire nei combustibili fossili in nome della sicurezza.
I conflitti non distolgono l’attenzione dalla crisi climatica.
La aggravano.
Scopri come la città rappresenti un mix di libertà e restrizioni per le persone LGBTQ+. In questo post, esploreremo gli spazi urbani che hanno offerto rifugio e opportunità di reinvenzione, svelando il lato ambivalente di questi luoghi che accolgono e sfidano le nostre identità.
La Groenlandia non è più, formalmente, una colonia.
Dal 1953 è parte del Regno di Danimarca; nel 1979 ha ottenuto l’autogoverno, e nel 2009 una legge – il Greenland Self-Government Act – ha riconosciuto i groenlandesi come “popolo” con diritto all’autodeterminazione. Eppure, dietro questa grammatica di libertà, sopravvive una dipendenza profonda: economica, politica, simbolica.
Il colonialismo, qui, non è scomparso. Ha solo cambiato pelle.
In questo post esploriamo come la povertà sia un tabù nelle nostre città, spesso ignorata e nascosta dietro facciate luccicanti. Parleremo di come la pianificazione urbana tende a escludere le persone in difficoltà e di come questo influisca sulla nostra percezione e realtà. Un viaggio tra le contraddizioni della vita urbana che non possiamo più ignorare!
Scopriamo insieme cosa si nasconde dietro il fascino delle smart city! In questo post parleremo di come il termine "intelligente" sia diventato un must nella politica urbana e quali tabù si celano dietro questa trasformazione. Pronti a esplorare il lato meno evidente delle città del futuro?
Tra i tabù che abitano la città, quello che riguarda il corpo femminile è forse il più persistente. Non perché le donne non ci siano, ma perché la loro presenza nello spazio urbano è stata a lungo considerata marginale, accidentale, non degna di una progettazione specifica.
Scopri come le città non sono solo per chi le vive adesso, ma anche per chi le ha vissute e per chi le vivrà in futuro. In questo post parliamo del paradosso che emerge tra le diverse generazioni e come le loro esigenze influenzano il nostro modo di vivere lo spazio urbano.
Ci sono corpi che la città accoglie come parte naturale del suo paesaggio e corpi che invece percepisce come estranei. La dimensione razzializzata dello spazio urbano non si esprime soltanto attraverso episodi espliciti di discriminazione, ma nella geografia quotidiana che assegna centralità ad alcuni e margini ad altri. È qui che emerge il tabù migrante: la rimozione sistematica delle presenze diasporiche, la cancellazione delle loro storie, l’idea che lo spazio urbano possa essere neutro e universale mentre continua a produrre esclusioni.
In questo post esploreremo il lato nascosto delle città che si vantano di essere sostenibili. Tra parchi verticali e tetti verdi, c'è un tabù che nessuno vuole affrontare: la fragilità della pianificazione urbana. Scopriamo insieme come la natura venga spesso vista come una semplice decorazione, mentre le vere sfide restano in ombra.
La città contemporanea si muove sempre più veloce: tra cantieri urgenti, agende elettorali e vetrine digitali, si è costruita una “norma temporale” che esalta accelerazione, produttività ed efficienza. Eppure, ciò che resta escluso, invisibile, è il tempo lento: il ritmo ciclico della natura, della cura, della riflessione. Questo è il tabù temporale: l’espulsione della lentezza dalla grammatica urbana.
Il movimento Cittaslow ha provato a proporre una visione alternativa, centrata sulla qualità della vita e sulla sostenibilità, opponendosi all’egemonia della velocità.
La teoria crip, elaborata da Robert McRuer, nasce per smascherare questa illusione di neutralità. Mostra come la disabilità non sia un difetto individuale, ma l’effetto di un mondo costruito su misura per pochi. Rosemarie Garland-Thomson lo esprime con chiarezza: “Disability occurs when bodies don’t fit into the world as it has been built” (2011). La disabilità non è nel corpo, ma nello scarto che si apre tra il corpo e un ambiente che lo respinge.